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Direttore Responsabile: Angelo Scorza
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06/03/20 17:58

Quante facce può avere una questione virale?

Il coronavirus impazza e semina sgomento, panico, isterismi, piagnistei, reazioni, decreti e coesioni improbabili: un bailamme all’italiana in cui si intravvedono alcune responsabilità

di Angelo Scorza

Quando mediamente un articolo su due, di qualunque testata e forma mediatica, in un certo periodo parla di un solo argomento, seppure generalista, neppure la stampa tecnica e specializzata può esimersi dal prendere certe posizioni e dire la propria.

In questo inizio di 2020 che più bisestile non poteva essere, quanto ha preso corpo e forma in Italia a partire dal 21 febbraio scorso è dilagato in una maniera talmente catastrofica che definire virale suona tanto banale quanto beffardamente scontato.

Non si sa davvero da che parte cominciare a fare una serie di considerazioni che, per quanto certamente personali, crediamo di poter dire possano essere condivise, almeno da alcuni riscontri concreti.

La reazione del Governo che ci ‘guida’ (eufemismo?) da quasi un biennio – a proposito: sarà una mera sfortunata coincidenza, ma le grandi disgrazie che stanno cambiando i connotati della nostra esistenza sono iniziate proprio da metà 2018 – è stata pari alle attese più coerenti, visto il breve ma significativo pregresso dal suo insediamento ad oggi, anche dopo il primo incredibile rimpasto politico. Di massima abbiamo assistito ad una presa di posizione giorno per giorno sempre più ansiogena, farraginosa, disorganica, intempestiva, confusa e in parte contraddittoria.

Conte & C. hanno reagito d’acchito al primo tangibile segno di contagio tricolore in una modalità che potremmo condensare in un ‘presto & male’, come da DNA, più sull’onda emotiva che non ragionando sulle basi di una lucida strategia; e forse anche col disegno neanche troppo segreto di cavalcare la preoccupante situazione patologica per riavere un consenso elettorale (una colpa, quest’ultima, di speculare sulle maggiori tragedie peraltro condivisa anche da governatori di colorazione politica diversa da quella di Palazzo Chigi…) che il Movimento ha perso, un pezzo alla volta, in due anni fatti vivere pericolosamente alla nazione tutta.

Le pecche maggiori si ravvisano nell’assurda politica di comunicazione, davvero sconcertante nei suoi effetti di ritorno, visto che la presa fulminea di coscienza di avere il problema in casa, così velleitariamente sbandierata in tutto il globo, si è trasformata in clamoroso boomerang.

D’altronde non potrebbe essere quasi altrimenti, considerato l’indirizzo che potrebbe avere dato ai governanti un noto consulente alla comunicazione, venuto alla ribalta venti anni fa da partecipante del primo reality show televisivo (in cui aveva motivato la sua partecipazione con la smania irrefrenabile di essere esibizionista e voyeur, sic!) la cui statura professionale, e la capacità di crisis management, è dunque alquanto dubbia.

E così, anziché sentirsi dire, come probabilmente auspicato da questo traballante e incerto esecutivo, “che bravi (per una volta per primi) gli Italiani a prevenire la diffusione del contagio!” nel consesso internazionale siamo rapidamente passati alla sbarra, diventando da vittime impestate per colpe altrui a colpevoli untori responsabili dell’import nel Vecchio Continente del nuovo male del secolo, con conseguenze immaginabili a qualunque livello.

Canzonati dai nostri sovente simpatici vicini di casa sempre troppo malati di grandeur, evitati dai partner commerciali più fedeli, fustigati dai presunti alleati storici, siamo diventati quelli da tenere lontani; poco importa che – notizia dell’ultima ora, naturalmente ufficiosa e solo rimbalzata sui tam tam dei social – il fantomatico ‘paziente zero’ sarebbe ora stato individuato in Germania, paese dal suo canto abilissimo ad erigere una cortina fumogena sul misfatto (ma vogliamo parlare di quello che potrebbe essere successo, analogamente, in stati dove la libertà di comunicazione è un optional? tipo Russia, Turchia e quelli delle cinture arabe e africane), anziché lavare i panni sporchi in piazza, come fatto invece incautamente da noi.

In più siamo stati così stolti da far seguire la circolazione ecumenica della notizia del primo contagiato in patria ad una serie incalzante di provvedimenti e misure cautelari raffazzonate, incoerenti, scoordinate, avventate e soprattutto dettate dall’onda ansiosa più che da una ragionata tattica elaborata a tavolino.

Più che dello sport, e del campionato di calcio in primis - è vero che un popolo come il nostro vive di panem et circenses, illo tempore; ma in fondo un poco di purga dal pallone ultramediatico degli ultimi decenni potrebbe solo aiutare a riconquistare certi spazi privati e familiari cancellati dal Dio calcio dal lunedì alla domenica, dunque ben vengano certi virus ciclici in tal senso… - e del traffico aereo, dove ci siamo clamorosamente fatti imporre decisioni unilaterali (e forse in parte errate) dai paesi terminal della nostre rotte, valga per tutti l’esempio dell’istruzione, la cui messa in quarantena è stata gestita in maniera davvero dilettantistica.

Lungi da noi avocarci competenze sanitarie che non ci spettano nel decretare se effettivamente le scuole andassero serrate così a lungo (ma quali tempi biblici occorrono per igienizzare gli istituti?); ma di certo la mancanza assoluta di uniformità e puntualità nell’informare circa certe decisioni che hanno un peso gigantesco sull’economia domestica e dunque su una bella fetta del PIL nazionale (alla faccia della necessità di recuperare il terreno perduto….), sono la cartina di tornasole del disordine generale che regna a Roma e nelle altri principali centraline di potere politico.

Non vogliamo fare nostra la miserabile tesi dei soliti maliziosi ‘complottisti’ che vedono lungo e già paventano la volontà, surrettizia, di gettare ancor più di quanto non lo sia già ora il Paese sul lastrico con una malagestione dell’emergenza virale in modo da poter giustificare a breve l’introduzione, come misura a sanare il male economico creato come effetto indotto da quello patologico, di una bella tassa patrimoniale che vagheggia da tempo e che l’esecutivo non saprebbe come altrimenti motivare; Dio ci scampi da una tale congettura nefasta, sebbene il più smaliziato statista italiano del secolo scorso insegnava che a pensare male forse si commette peccato però…

E che dire della solita (Dis)Unione Europea, sempre lesta a bacchettare gli italici malcostumi, a chiederci di fare sforzi economici e sociali notevoli - come l’apertura integrale delle frontiere e l’accoglienza ai disperati (ma è provato non lo siano tutti quelli che sbarcano sui nostri lidi, accorrenti dai paesi lacerati da conflitti e recessione: a Genova si dice che è troppo facile fare il sodomita con lo sfintere altrui, per usare parole più garbate…) – ma che poi chiude le frontiere alla nostra mobilità quando pare che il cancro capace di minare la sanità continentale sia transitato da noi; solo da noi?

Ancora una volta occorre fare i complimenti a Bruxelles per la sua gestione illuminante, equilibrata e democratica di un problema che affligge (primo di tutti, ma non unico) uno dei suoi sei paesi fondatori, messo facilmente alla berlina come il potenziale cancro dell’Unione dei 27 (post-Brexit). Ci manca solo adesso che i ‘parrucconi’ comunitari vengano a mettere il becco (come troppo spesso accade) sui nostri conti e su come intendiamo attingere a risorse straordinarie per contenere gli effetti del contagio e favorire il ritorno alla normalità, magari impedendoci (o solo limitando) certe manovre, per fare tombola. E così dimostrare una volta di più agli euro-scettici come di questo tipo di Europa, assai lontana da quella dei Trattati di Roma del 1957, possiamo fare tranquillamente a meno, come forse saggiamente preso consapevolezza di recente da Londra, e fin da subito da Oslo e Berna, tanto per fare esempi di due paesi piccoli ma solidissimi, che vivono assai bene in quello splendido isolamento che invece forse il Regno Unito farà molta fatica a riconquistare.

Come evidente a tutti, il blocco delle attività sociali più svariate decretato dal Governo (adesso sino a inizio aprile) – a torto o a ragione, sia esagerato o meno, non intendiamo discuterlo ora – ha già causato una valanga di cancellazioni e annullamenti di eventi, fatti, aggregazioni, colpendo a macchia di leopardo il Paese, nelle sue attività più svariate.

Chiaramente le prime abitudini che si ‘tagliano’ in siffatte circostanze sono quelle legate a divertimenti e viaggi, sicchè il turismo e i servizi di ricreazione e ristorazione ne stanno risentendo in maniera drammatica. Non così, almeno per ora, riguardo ai consumi di beni alimentari e affini.

Anche i trasporti naturalmente ne escono con le ossa rotte, e la previsione è quella di un progressivo peggioramento con il venire meno delle ragioni di scambio tra paesi, malgrado sia acclarato che le merci non sono un veicolo di contagio; il deterrente a viaggiare e trasportare riguarda il personale di bordo, autisti, piloti,comandanti, macchinisti ed equipaggio di tutte le modalità di trasporto, che legittimamente possono ritenere di doversi evitare spostamenti per non andare a ridchio di contagiarsi.

Il colpo basso ad un’economia già traballante a causa di una recessione che ormai dura da una dozzina di anni è macroscopico, e qualcuno ha già tentato l’improba impresa di computarlo in termini quantitativi più o meno precisi: calcoli che, per quanto attendibili e motivati da fini nobili, lasciano molto il tempo che trovano.

Quale che sia il macrodanno globale patito dallo Stivale il giorno in cui il malefico Covid-19 sarà definitivamente debellato, sarà un vero salasso.

Ma il giusto quesito è: proprio tutte le categorie di operatori colpiti, in misura evidentemente diversa, dal gravissimo fenomeno, hanno diritto a chiedere (varie) forme di compensazione?

Siamo proprio sicuri che tutti ne abbiano titolo e diritto in qualche maniera?

Non ci saranno i soliti ‘furbi’ che si infilano in situazioni generali per ovviare a cali di attività e soprattutto per chiedere l’introduzione di misure che dovrebbero riportare ai livelli ante coronavirus i loro ricavi in maniera automatica?

Nutriamo qualche dubbio al riguardo.

Per fare solo un piccolo esempio, la nostra piccola attività editoriale è stata fortemente penalizzata in maniera istantanea: in 24 ore sono stati annullati una decina di eventi (congressi, fiere,tavole rotonde ecc.) in metà delle quali Ship2Shore è media partner o co-organizzatore: non tutti verranno recuperati, dunque è già certo e sarà messo a bilancio un ammanco nel nostro budget 2020.

Logicamente in Redazione imprechiamo, smoccoliamo, ci lamentiamo, ma giammai ci sogniamo di andare a fare la questua da chicchessia; incassiamo le minusvalenze che subiamo come una grande ‘sfortuna’, e proviamo ad inventarci qualche alternativa di business per recuperare.

Insomma da noi si crede che esista un’etica nelle disgrazie ed una dignità ad assorbire i colpi della sorte, a differenza di altri operatori, invece quasi sempre pronti a cercare la ‘tettarella di mammà’…perchè tanto sono consapevoli che alla fine ‘paga Pantalone’, e il tanto vituperato Stato è in fondo piuttosto munifico con chi batte i pugni tra una lacrimuccia e l’altra.

L’elenco di chi singhiozza e chiede soccorso è quasi infinito, ed abbraccia quasi tutto il cluster marittimo e dei trasporti; una sintesi parziale dei cahiers de doléances recapitati nelle sedi competenti dalle varie associazioni di categoria è illustrata in un articolo in questi pressi.

A nostro modesto parere, il criterio dirimente nel soddisfare certe istanze dovrebbe essere il seguente: il Governo è legittimato a introdurre misure che neutralizzano le effettive cause che determinano il danno, ad esempio quelle che potrebbero tenere lontano dai nostri approdi (che siano porti, terminal ferroviari, aeroporti, interporto o industrie) navi, treni, camion e aerei.

Ma che senso ha ridurre le tasse portuali di ancoraggio o altri diritti ed imposizioni fiscali tout court? Il timore della compagnia di navigazione estera di approdare in un porto italiano potenzialmente contagioso dovrebbe forse venire meno sapendo che il rischio ha un costo inferiore?

Invochiamo dunque maggiore congruenza e serietà nelle pretese di ‘risarcimento’, anche se il danno (per tutti) è inequivocabile.

Si è parlato a più riprese di un ‘Modello Genova’, con riferimento alla capacità del nostro territorio di risollevarsi quasi istantaneamente dopo il tragico crollo di Ponte Morandi dell’agosto 2018, da applicare a tutto il Paese.

Tradotto in parole povere: rimboccarsi le maniche, darsi da fare, arrangiarsi senza aspettare un aiuto dall’alto che sarebbe certamente gradito, ma che non sempre ha modo e titolo di concretizzarsi.

Altrimenti, ecco l’Italia del 2020: un Paese di santi, navigatori e, ora, appestati e untori, ma anche piagnoni…

 

Musica, cinema e TV italiani avevano anticipato tutto tanti anni fa…

 

Prendendola più sul leggero, anche a sdrammatizzare per quanto possibile la magnitudo della questione coronavirus, il genio artistico italiano, come spesso accaduto, aveva giù intuito che il pericolo di contaminare il pianeta sarebbe provenuto dall’Estremo Oriente, e percepitene alcune conseguenze più o meno grottesche nella loro drammaticità.

Erano i tempi della contestazione giovanile quando (1967) Francesco Guccini portava al successo la canzone ‘Atomica cinese’, scritta sui resoconti di un episodio nucleare realmente avvenuto in Cina nel 1964, che narrava appunto, quasi profeticamente: “Si è levata dai deserti in Mongolia Occidentale una nuvola di morte, una nuvola spettrale che va; oltrepassa il Fiume Giallo, oltrepassa la Muraglia e si spinge sino al mare…” per arrivare, ahinoi, al mondo occidentale, nella sua forma attualizzata 2020 attraverso vari veicoli (umani).

E che dire dello scenario quasi da ‘Day After’ che stiamo vivendo ora, anticipato nelle parole di Lucio Dalla con la canzone L'anno che verrà’ (1978), incisa in pieni ‘anni di piombo’, quando uscire di casa per cercare un semplice intrattenimento poteva essere una scommessa sulla vita?

“Si esce poco la sera, compreso quando è festa…e si sta senza parlare per intere settimane…” questo il clima da coprifuoco creato (ad arte? sostiene il solito maligno…) dalla ridda incessante di decreti di stampo ‘proibizionismo’ degli anni ruggenti americani, con la recente clausura di ogni location atta ad aggregare la gente.
Un riso amaro è quello che fa venire in mente una delle più esilaranti macchiette di Carlo Verdone.

Chi non si ricorda dell’inarrivabile Furio, iper pignolo maniacale che tormenta la povera consorte infelice e repressa Magda, vomitandole addosso raccomandazioni igienico sanitarie, nel primo film di grande successo del regista romano intitolato ‘Bianco Rosso e Verdone’(1981)? In fondo paiono le medesime prescrizioni che ci impartisce oggi il nostro esecutivo per arginare la tempesta virale.

Dulcis in fundo, lo ‘storno’ di costi ‘sacrosanti’ come le tasse portuali, ed altre imposte invocato da molte associazioni di categoria, richiama alla mente un mirabile sketch di Gianfranco D’Angelo, attore comico romano che nei quasi quaranta anni fa portò il cabaret in TV.

In una puntata di Drive In - programma ideato dal genio dissacratore Antonio Ricci, figlio di Non Stop e papà di Zelig, Ciro ecc.- in un inverno di metà anni ’80 durante un periodo di fortissime nevicate che bloccò per diversi giorni la Capitale sotto un fitto manto bianco che rendeva quasi impossibile la circolazione e in sostanza lo svolgimento delle normali attività quotidiane, l’umorista laziale concludeva con una battuta ad effetto circa i doveri civici che l’imponderabile fenomeno meteo sembrava far venire meno alla cittadinanza. “E le bollette di luce e gas, come si può andare alle Poste per pagarle? Ma chi se ne frega, non si vorranno mica esigere più, intanto nevica!”

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