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Direttore Responsabile: Angelo Scorza
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25/03/19 08:56

L’uomo nero non ha paura del phase-out

I falsi miti dell’inquinamento da CO2 sfatati dalla scienza italiana e straniera che, all’assemblea annuale di Assocarboni, sdoganano carbone e nucleare quali fonti energetiche essenziali

Dal nostro inviato

 

Roma – Un futuro luminoso e garantito anche dopo il 2025, grazie alla flessibilità e capacità della categoria di adattarsi ai cambiamenti al contorno di uno scenario evolutivo turbolento, scandito dai provvedimenti legislativi spesso dettati da umori di pancia, privi di substrato tecnico a determinare decisioni politiche di facile presa demagogica ma senza considerare i boomerang socio-economici sul territorio e sulla popolazione attiva.

La pacifica, ma non per questo arrendevole, lobby ‘carbonifera’, radunata a Roma per il consueto conclave annuale, non mostra nessuna particolare preoccupazione né segni di cedimento dei nervi tra i suoi affiliati per l’avvicinarsi della ‘deadline’ (irrevocabile? chissà…) tra 6 anni che parrebbe essere un momento di non ritorno.

L’assurdo e autolesionista ‘phasing out’ delle centrali di produzione di energia elettrica alimentate a carbone deciso con il varo a novembre 2017 della politica SEN Sistema Energetico Nazionale, responsabilità del precedente governo di centro-sinistra, ma confermato (e per certi versi, con tentativi di inasprimento ed accelerazione della ‘messa al bando’ del carbone) da parte del controverso (su tante tematiche di interesse globale) attuale governo.

Lo afferma con grande serenità ma altrettanta fermezza Andrea Clavarino, top manager di Coeclerici e presidente di Assocarboni - che ama auto-ironizzare sulla sua durata ‘bulgara’ al vertice (venne eletto nel 1999) - alla cena di gala che suggella la ‘giornata del carbone tricolore’.

Il tradizionale appuntamento di fine marzo all’elitario Hotel Hassler a Trinità dei Monti, cui si accede dalla cosidetta ‘stairway to heaven’ che sale da Piazza di Spagna, raduna un centinaio di accoliti ‘carbonari’ nell’articolato programma di mezza giornata, compattato dalla scorsa edizione, che vede l’assemblea privata dei soci seguita dagli interventi dei relatori ospiti, esperti di diversi ambiti, e che si cristallizza con la tavola rotonda tra stakeholders.

Come ogni anno, Clavarino riesce sempre a mettere insieme un eterogeneo palinsesto multi-partisan, per tutti i gusti e le aspettative, realizzando un vero conclave del ‘fu oro nero’ della prima rivoluzione industriale; una commodity vitale per implementare la moderna società così come è strutturata almeno sino alla fine del secolo scorso, ma che oggi viene visto di cattivo occhio un po’ da tutti quelli (outsiders) che ne parlano, a sproposito, senza alcuna o quasi cognizione di causa ma solo per ‘sentito dire’ o, peggio ancora, per inseguire facili consensi (spesso di finalità elettorale), additandolo come il probabile male maggiore nell’individuare la responsabilità nell’inquinamento globale che mette a repentaglio il nostro pianeta.

“Ci danno già per morti e sepolti, ma si sbagliano di grosso; non abbiamo alcuna intenzione di non accettare la chiusura delle centrali energetiche decretata a livello centrale in Italia, mentre altri paesi persino del blocco occidentale (per non parlare di quelli meno attenti al rispetto ambientale dell’est Europa e degli altri continente) prosperano su questa utilissima fonte fossile per produrre energia sicura, sostenibile ed economica (che dunque risponde perfettamente al famoso ‘trilemma’ energetico). Ma abbiamo già da tanto tempo – noi di Coeclerici già al 100%, ma anche molti altri colleghi di aziende associate si sono allineati – variato il nostro mercato, focalizzandoci all’estero, dove le nostre attività fioriscono. Possiamo dunque fare a meno del carbone che si vendeva in Italia, anche se il rammarico è evidente, considerate le tante contraddizioni di questa transizione energetica che va in quasi totale controtendenza rispetto al resto del mondo. D’altronde siamo tutte aziende private o comunque indipendenti che non hanno mai visto 1 euro di supporto alla propria attività, a differenza di tanti altri filoni di fonti energetiche che sono invece pesantemente sussidiate, a cominciare da alcune di quelle rinnovabili” spiega all’attenta audience di un centinaio di delegati - con una bella fetta di gioventù a dimostrare che il ‘coal’ non è solo ‘black’ ma anche ‘green’ pure nella sua capacità di rinnovare le fila - il presidente che da 20 anni ininterrotti incarna l’associazione.

Un ‘primus inter pares’, molto più che un monarca (o, se vogliamo, un ‘principe illuminato’) che nessuno dei soci peraltro si sogna di scalzare dal suo scranno presidenziale; e non tanto per indolenza o per scarsa autostima a proporsi come alternativa al timone, quanto perché sembra difficile immaginare un’Assocarboni interpretata diversamente, da chiunque possa essere un ipotetico nuovo presidente.

Nessuna volontà di polemica nelle sue parole, ma solo la voglia di mettere i puntini sulle i da parte dell’executive genovese (ma di stanza aziendale a Milano, mentre la sede di Assocarboni è, istituzionalmente, a Roma), perché sul carbone come fonte nociva all’uomo e al territorio, e dunque esecranda, se ne è detto e scritto sin troppo, e non solo dai non addetti ai lavori.

D’altronde Clavarino non ha neanche troppo bisogno di spezzare lance a favore del suo settore.

Ci pensano per lui (quasi) tutti i relatori e panelist invitati a dire, in assoluta trasparenza e libertà, la loro sulla questione che attanaglia non da ieri tutto un filone di attività che resta comunque di un certo peso, malgrado la messa alla gogna politica e mediatica degli ultimi tempi.

L’attuale Assocarboni, seppure depauperata nella sua consistenza rispetto ai tempi d’oro in cui gli associati erano più numerosi – le defezioni sono dovute ad accorpamenti, fusioni e cambi di attività, più che a rinunce tout court - vale pur sempre numeri importanti.

Blasonata come la squadra di calcio più forte di sempre in Italia – l’associazione è stata fondata nel 1897, proprio come la Juventus - oggi rappresenta oltre 40 aziende fra produttori di energia elettrica, importatori, rappresentanti di società estere, commercianti, utilizzatori, cementifici, acciaierie, spedizionieri, agenti marittimi, terminalisti, surveyors, società di ingegneria, costruttori di impianti per la movimentazione e l’utilizzo del carbone.

L’impatto socio-economico generato dalle 40 aziende (di dimensione assai variegata) è tangibile: 2 miliardi di Euro l’anno di fatturato, 2 miliardi di euro di carbone importato all’anno, 300 milioni di Euro di indotto di fatturato, 1.000 addetti (di cui: diretti 700 indiretti 300).

Tutto ciò è stato fatto pesare da Clavarino, in maniera garbata ma puntando i piedi per terra, in una recente audizione parlamentare, giusto per definire al meglio i perimetri del settore, le tante virtù di un ambito economico che solo in Italia appare così bistrattato, mentre all’estero il carbone – insieme all’altra deprecata (da noi) fonte calorica nucleare – costituisce l’ossatura delle politiche energetiche di paesi del G7, a cominciare dagli Stati Uniti per finire ai vicini transalpini della Francia passando dalla Germania, paese dalla coscienza ambientalista per eccellenza che pure ha posto non prima del  2038 il ‘phasing out’ (parziale ad oggi) delle proprie ‘power plants’ alimentate con la nera commodity.

“Si parla molto della vostra associazione, una delle poche a dire la verità, ma che purtroppo conta poco nel consesso mondiale” testimonia Lars Schernikau, cofondatore di HMS Bergbau AG, uno fra i tanti ‘guest speakers’ di calibro che hanno rivelato tante ‘verità nascoste’ - forse persino agli stessi associati - in questa interessante giornata romana, dove si è appreso (come sempre ai meeting di Assocarboni) qualcosa di nuovo.

Il tedesco, proveniente dalla Svizzera, è uno dei 32mila scienziati che – senza la paura di perdere il posto manifestata da altri - hanno firmato contro il Paris Agreement, in qualche maniera ‘ribellandosi’ ai dogma invalsi presso l’ONU.

E fa quasi rabbia apprendere che all’estero l’associazione sia assai più popolare che non in Italia, anche se non è raro dovere scomodare l’antico adagio: nemo propheta patria; pure questa  una tipica forma di autocastrazione italica, un dejà vu che appartiene a diverse situazioni.

“Il riscaldamento da CO2? Non lo producono certo gli essere umani, se non in quantità minimali, ma i combustibili fossili mentre bruciano. E comunque – potrà sembrare forse strano – essa è un fattore positivo nel ciclo vitale, rende più verde il pianeta, essendo quasi una sorta di concime per le piantagioni di riso” afferma ancora lo studioso teutonico, sbalordendo la platea.

Dunque, pare di capire che esista una CO2 ‘buona’ ed una ‘cattiva’, un po’ come il colesterolo.

“Nel giro di 150 anni non avremo più bisogno dei fossili: le rinnovabili non sono la soluzione al momento, ma lo saranno nel lungo termine” preconizza Schernikau, che lancia un monito. “L’Italia deve stare attenta a non puntare troppo su energie non programmabili né accumulabili, perché il rischio di black out per carenza di offerta è dietro l’angolo”.

Una posizione assai critica rispetto al ‘verbo’ ufficiale che si  tramanda nel mondo da Kyoto e Parigi in giù, sostanzialmente condivisa dalla scienza italiana.

“Non esistono cambiamenti climatici catastrofici in questa fase storica, dunque non è vero che vi siano più uragani di una volta, anzi. Se esaminiamo le serie storiche, l’aumento medio della temperatura è stato irrisorio, +0,8° in 150 anni, praticamente nullo se riferito ad una tolleranza del pianeta di almeno 100° (da minime di -50° a massime di +50°); ci vuole ben altro a far venire la febbre alla nostra cara vecchia Terra!” teorizza Franco Battaglia, Professore di Chimica Fisica, Università di Modena. “Dunque il clima è più che stabile; ora stiamo uscendo da una piccola glaciazione iniziata nel 1650, ma solo mezzo secolo fa si temeva di andare, al contrario, verso una nuova glaciazione”.

Il vero pericolo pare essere lo stesso IPCC Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, il foro scientifico formato nel 1988 da due organismi delle Nazioni Unite, l'Organizzazione meteorologica mondiale ed il Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente, allo scopo di studiare il riscaldamento globale. “Sono dei geni che hanno fallito le previsioni sugli sbalzi termici, la CO2 non c’entra davvero niente con l’inquinamento” sentenzia il docente dell’ateneo emiliano prima di stupire con un’affermazione netta: “Il futuro energetico è il nucleare e/o il carbone; il fotovoltaico è costosissimo, in Italia abbiamo già investito – verbo che suona alla stregua di ‘sprecato’, nda – 200 miliardi di sussidi”.

Il solito puntuale affresco sul mercato marittimo giunge dal broker marittimo specializzato Giacomo De Ferrari – che nel frattempo ha cambiato casacca sociale, da United Bulk Carriers a Thurlestone – che ripercorre l’andamento dei noli, della flotta e del commercio marittimo internazionale nel 2018 e, in previsione, nel 2019.

“Lo scorso anno la crescita globale dei traffici (+1,3%) è stata meno della metà di quella della flotta (+2,9%), che è incrementata di 23 milioni di dwt. Tra le cause di stagnazione del traffico, la recrudescenza del prezzo del bunker. Ma vi sono stati altri ‘driver’ negativi, a cominciare dal tragico crollo della diga brasiliana di VALE, che ha ridotto di molto l’output di minerali, per passare dalla guerra commerciale USA-Cina che ha ridotto l’export di granaglie dalla East Coast americana e finendo con i ‘bacini’ anticipati da molte navi per installare gli ‘scrubbers’.

Il problema del momento è la scadenza di fine anno: dal 1° gennaio 2020 entreranno in vigore le nuove normative IMO sulle emissioni nocive.

“La mossa degli ‘scrubbers’, che costano cari e comportano tante diseconomie per l’installazione, è stata adottata in prevalenza dalle compagnie di navigazione quotate che hanno bisogno di evidenziare la propria immagine pulita agli occhi degli investitori piccoli azionisti. In attesa dell’LNG come carburante alternativo, la soluzione più logica pare essere quella dei fuel a basso contenuto di zolfo, la cui miscela giusta tuttavia è ancora da individuare, e non sarà facile” spiega De Ferrari, prima di tirare le somme.

“Lo scorso anno avevamo concluso con l’immagine di un toro alla carica, ma quest’anno non possiamo esimerci dal mettere un grosso punto interrogativo, perché sia nel 2019 che nel 2020 vi sono troppe variabili in gioco. Anche se in generale nel mercato dry l’outlook è tendenzialmente negativo per diversi fattori” conclude l’esperto di mercati marittimi genovese.

Ma quali le reazioni delle industrie elettriche?

“La nostra centrale di Monfalcone ha 40 anni, ma non li dimostra essendo bene manutenuta. Di certo non abbandoneremo il sito né l’occupazione; siamo pronti ad imbracciare altre attività industriali dopo il 2025, e stiamo valutando di presentare alcuni progetti sia in ambito energetico che nell’economia circolare per il trattamento dei rifiuti” ha precisato Giuseppe Monteforte, Executive Officer, A2A Energiefuture.

Su una simile lunghezza d’onda si è sintonizzato Fabrizio Corapi, Head of Corporate Development and Regulatory, EP Produzione SpA. “Le indicazioni del PEN Piano Energetico Nazionale sono chiare, ma il nostro impianto di FiumeSanto nel Nord della Sardegna rappresenta il case study emblematico; di certo non si possono chiudere gli impianti tout court. Stiamo valutando l’opportunità di utilizzare biomasse industriali”.

La sensazione generale è che il sistema elettrico nazionale voglia negoziare il proprio disimpegno; le scelte per il futuro sostenibile andranno fatte mettendo sul piatto della bilancia il valore contrattuale di cessare l’attività impostata secondo i canoni attuali, ottenendo qualche merce di scambio dal Governo, anche perché finora la politica verso la transizione energetica ha indicato chiaramente cosa occorra disattivare ma senza avere escogitato da dove e in che modo far scaturire l’energia che andrà a supplire a questa carenza improvvisa.

Il pericolo in agguato è il deficit elettrico, come sottolineano anche gli analisti di Accenture, che hanno predetto come nel 2030 il sistema elettrico sarà messo sotto stress dall’aumento delle fonti rinnovabili e dal processo di elettrificazione; tra gli scenari paventati la mancanza di energia fino a 1700h/anno (19% del totale). Il periodo più critico potrebbe essere quello invernale, sia a causa della ridotta produzione di energia fotovoltaica, sia per il maggior utilizzo dei dispositivi di riscaldamento.

Una voce fuori dal coro, per dovere istituzionale, è quella di Carlos Fernandez Alvarez, Senior Analyst, IEA International Energy Agency il quale, Fedele al diktat proveniente da ‘mamma’ OCSE – l’Agenzia Internazionale dell'Energia intergovernativa venne fondata nel 1974 in seno all'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico in seguito allo shock petrolifero dell'anno precedente, la famosa chiusura del Canale di Suez del 1973 – mantiene la barra del timone “verso una spinta decarbonizzazione e digitalizzazione. Mi spiace per gli amici italiani del carbone, ma il futuro deve essere questo. E poi rendiamoci conto che la CO2 resta il maggiore problema. Per la mia personale esperienza in Cina, posso dire che negli ultimi 10 anni c’è stato un netto cambiamento in quel Paese riguardo ai problemi delle emissioni tossiche, con una presa di coscienza ambientalista per certi versi inaspettata che tende a ridimensionare l’utilizzo del carbone; dunque questo percorso virtuoso si può intraprendere in tutti gli ambiti” sentenza il funzionario spagnolo dell’organismo con sede a Parigi.

A ‘dare i numeri’ letteralmente, sulle fonti energetiche, ha pensato l’esperto Alessandro Clerici

Presidente Onorario, WEC Italia e FAST, che ha ricordato le difficoltà di affermazione del fotovoltaico.

Un settore quest’ultimo ‘caro’ al Direttore Generale di Elettricità Futura, Andrea Zaghi, ente confederale nato nell’aprile 2017 dall’integrazione tra Assoelettrica (ex Unapace) e AssoRinnovabili, composta da 650 operatori che detengono più di 76.000 MW di potenza elettrica installata tra convenzionale e rinnovabile (il 70% dell’elettricità consumata in Italia è assicurata da aziende associate), il quale non ha potuto negare che il percorso del fotovoltaico, più di ogni altro, è stato finora favorito da robusti sussidi statali, ma che ora il comparto incomincia a intravvedere la possibilità di camminare con le proprie gambe.

Gli Amici della Terra, rappresentati da Monica Tommasi, Presidente che nel 2015 ha rimpiazzato la storica figura (20 anni di presidenza) della ‘passionaria’ Rosa Filippini, cofondatrice dell’associazione ambientalista nata nel 1978, hanno sottolineato il clamoroso rischio di malintesi, causati da ignoranza sui termini delle questioni e forme di informazioni molto approssimative, basate su pronunciamenti di facile presa popolare, ma non circostanziati da analisi costi-benefici fatte nella maniera dovuta dai tecnici.

Legittimamente polemica la posizione dell’ex sindacalista Carlo De Masi, Presidente Adiconsum, preoccupato sia del grave impatto occupazionale determinato dalla chiusura delle centrali senza adeguati rimpiazzi infrastrutturali, sia della cosiddetta ‘indigenza’ elettrica nella quale versano famiglie italiane pari a 5 milioni di cittadini che pare non possano permettersi di pagare la bolletta per l’allaccio elettrico.

La situazione del nostro Paese è in effetti complicata e per certi versi paradossale.

Delle 13 power plants che avevamo, 5 hanno già chiuso, e le altre 8, facenti capo a 3 diversi operatori, si stanno adeguando alla ‘chiusura del rubinetto’ in data 2025.

Ma ciò rappresenta un vero peccato, poichè molte di esse hanno già intrapreso percorsi di pieno efficientamento, con un rendimento medio del 40% rispetto al 35% della media europea e al 25% dell’Europa continentale; Torrevaldaliga Nord nel Lazio raggiunge un picco di efficienza del 46%, eguagliato per performance solo da due impianti in Giappone e in Danimarca, senza considerare che l’Italia è avanti a molti altri paesi nella politica di copertura dei carbonili. Il costo di chiusura di tale eccellenza in anticipo rispetto alla sua vita utile è stimato in svariati miliardi di euro, che purtroppo saranno a carico del cittadino, ovviamente; senza considerare l’enorme problema del devastante impatto occupazionale, con la ricollocazione di quelle decine di migliaia di lavoratori (oltre all’indotto) che restano una tumultuosa incognita.

Il carbone, è dimostrato, sicuramente è una commodity virtuosa relativamente al ‘trilemma’.

Secondo quanto riportato nel World Energy Trilemma Index 2018, l’Italia è tra i Paesi che meglio lo gestiscono, riuscendo a garantire allo stesso tempo energia sicura, sostenibile e relativamente economica ai propri cittadini.

Peccato che l’Italia – la quale deve già fare a meno del nucleare da tanti anni – vada pienamente controcorrente rispetto al resto del mondo, dove il fossile pesa mediamente al 50%; in Europa vale il 23% del mix energetico, da noi appena il 10%, ed ancora si vorrebbe ridurne la quota parte, ignorando fatti gravissimi.

Abbiamo già una bolletta elevata, il che rende poi meno competitiva sui mercati internazionali la nostra industria manifatturiera, che parte da un sovraccosto energetico del +30% rispetto alla concorrenza diretta.

Inoltre l’eccesso di confidenza nel gas metano è arma da doppio taglio: sia perché questa commodity non è immune da critiche sotto il profilo della sicurezza e delle esternalità negative che causa all’ambiente; sia perché la dipendenza canalizzata su un paio solo di grandi fornitori nazionali – segnatamente Russia e Algeria – nella carenza tuttora di un numero sufficiente di rigassificatori (ne abbiamo solo 3: il vecchio impianto di Panigaglia a La Spezia di SNAM, quello di Livorno di OLT Offshore Livorno Terminal e quello veneto di Adriatic LNG al largo di Rovigo), ci rende estremamente vulnerabili sotto il profilo strategico.

Insomma, le incognite sull’attuale politica energetica nazionale, mano a mano che si avvicinano le scadenze cardine, sembrano aumentare. La nebbia della cessazione di output non si dirada affatto.

Sullo sfondo di ciò, persistono incomprensioni e scontri anche di natura politica, in un quadro generale assai disordinato.

Un anno fa di questi tempi l’assemblea di Assocarboni si era svolta due settimane dopo le elezioni del grande ‘rovescio’ che avrebbe poi portato alla formazione di un governo ambiguo e ‘demolitore’ (più che del cambiamento) che – come anche dimostrato nel caso emblematico del No Triv in Adriatico, gambizzando la fiorente industria degli idrocarburi legati alle piattaforme offshore – tende addirittura ad inasprire certe misure già restrittive varate dai predecessori.

A fronte di una probabile crescita della domanda elettrica – come in tutti i Paesi, il nostro popolo di consumatori sta diventando sempre più ‘energivoro’ – l’incremento dei consumi viene incredibilmente fronteggiato dalla nostra amministrazione pubblica con una politica tendete al ridimensionamento della capacità offerta, viatico al black out nazionale.

Come se non bastasse, il nostro attuale Ministero dell’Ambiente litiga in termini pesanti con gli operatori. Il 15 febbraio il dicastero ha respinto contestazioni di ENEL ad una richiesta ministeriale di presentare piani di dismissione entro il 2025, in linea con quanto prospettato dalla SEN 2017, che non era piaciuta affatto al Gruppo (peraltro a controllo pubblico). Quest’ultimo, per i due siti di Torrevaldaliga Nord (Roma), in funzione dal 2009, e Brindisi Sud, oggetto di un investimento recente nel carbonile, non è chiaramente disposto a parlare di accelerazioni, e dunque ha minacciato azioni legali.

In questo quadro delicatissimo e fragile, il convegno ad ampio respiro di Assocarboni, affrontando i temi legati ai cambiamenti climatici, all’ambiente e allo sviluppo sostenibile -  ormai costantemente al centro dell’agenda politica ed economica e dell’impegno internazionale dei maggiori Paesi industrializzati e in via di sviluppo – ha posto in discussione parecchie delle  questioni etiche ed economiche in ballo.

L’Italia, non diversamente da altri paesi, al di là del peso economico relativo, deve puntare ad avere un sistema energetico bilanciato, un mix ideale nel senso di equilibrare sicurezza negli approvvigionamenti, equa accessibilità, sostenibilità ambientale.

L’occasione offerta dalla lobby dei ‘carbonari’ – che operano tutt’altro che nascosti, a differenza degli interpreti primigeni di questa definizione risorgimentale - di riflettere sulla necessità di mediare tra istanze globali e interessi nazionali, prospettive di breve e di lungo termine, per sollecitare un confronto di centrale importanza per cittadini, aziende e istituzioni, è stata pienamente colta da tutte le categorie di stakeholders implicati nel gioco, tranne che da una.

Ancora una volta è suonata chiassosamente l’assenza reiterata della classe politica che – malgrado i ripetuti inviti di Assocarboni – continua a fare orecchie da mercante a certe tematiche, rifugiandosi in una latitanza da ‘non pervenuto’ che sa tanto di ‘coscienza sporca’ (forse di colore nero carbone?).

Sul banco degli imputati in primis i dicasteri dell’Ambiente e dello Sviluppo Economico, ai cui rappresentanti istituzionali, di qualunque livello gerarchico e funzione a ruolo, una ‘ripassatina’ dei teoremi fondamentali sulle fonti energetiche – almeno una volta all’anno – non farebbe affatto male.

Due mesi fa Clavarino aveva gettato il cuore oltre l’ostacolo andando a trovare i parlamentari nel corso di un’audizione alla X Commissione Camera, presentando una precisa fotografia - Indagine conoscitiva sulle prospettive di attuazione e di adeguamento della Strategia Energetica Nazionale al Piano Nazionale Energia e Clima per il 2020 – che restituiva esattamente un quadro conoscitivo aggiornato ma ricevendo in cambio una tiepida accoglienza.

L’assemblea di Assocarboni si è tenuta in una data che verrà ricordata probabilmente come campale per la Città Eterna, non tanto logicamente per i pregevoli lavori svolti (ma sottotraccia, senza adeguata ribalta mediatica) all’Hotel Hassler, quanto perché in piena contemporaneità si svolgeva a pochi chilometri di distanza un evento spasmodicamente atteso da tutta l’opinione pubblica: l’allunaggio di quella sorta di ‘marziano a Roma’ che – complice il gonfiarsi della bolla dell’opinione pubblica (spaccata a metà), letteralmente scatenatasi nel pronunciarsi sull’argomento della ‘firma sì – firma no’ del famoso accordo bilaterale Italia-Cina – era stato dipinto il Presidente a vita della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping.

Caso abbia voluto che il tutto si sia svolto nella giornata che – calendario alla mano – senza tema di smentita alcuna, ha ufficialmente aperto la stagione primaverile, come peraltro meteorologicamente testimoniato dal tiepido sole romano.

Chissà che, considerate le inedite realtà emerse sul campo dalle dissertazioni dei vari relatori intervenuti, questo 21 marzo 2019 non possa anche contraddistinguere una nuova ‘primavera energetica’ per l’Italia

 

Angelo Scorza

 

 

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