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Direttore Responsabile: Angelo Scorza
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10/05/18 20:13

In vendita ancora 1 miliardo di crediti incagliati degli armatori italiani

Un’analisi di VeniceShipping&Logistics mostra che più del 50% dell’attuale esposizione con le banche è classificato come NPL o UTP

In Italia ci sono attualmente in vendita crediti incagliati relativi al business dello shipping per circa 1 miliardo di dollari, mentre 1,6 miliardi sono quelli che le banche hanno già ceduto a investitori speculativi.

La fotografia sullo stato di salute finanziario attuale delle società armatoriali nostrane e dell’esposizione verso i finanziatori è stata scattata da Fabrizio Vettosi, direttore generale di Venice Shipping & Logistics, in occasione dell’evento Mare Forum Italy 2018 appena tenutosi a Roma. L’esperto analista nella sua presentazione ha ripercorso l’evoluzione del mercato del credito allo shipping mostrando come i tradizionali finanziamenti bancari sono scesi dal 20011 al 2016 del 4,8% passando a livello mondiale da 370 a 319 miliardi di dollari a fronte di un aumento della flotta di navi. Fra le banche italiane Unicredit è quella più attiva nel mercato navale ma ha ridotto dal 2008 la sua esposizione di 6,5 miliardi di dollari attestandosi a fine 2016 a circa 4,4 miliardi di standing con gli armatori di tutto il mondo.

Il posto del credito bancario tradizionale europeo è stato preso da altre banche asiatiche ma soprattutto da società di leasing cinesi che hanno visto aumentare la propria esposizione verso lo shipping arrivando a circa 5,6 miliardi di dollari a metà del 2017 (con una crescita media del 62% ogni anno a partire dal 2007). Vettosi ha ricordato come in Italia siano stati invece i fondi d’investimento a fare incetta negli ultimi anni di crediti deteriorati di società armatoriali con Pillarstone Italy, Taconic Capital, Goldman Sachs, Deutsche Bank e Attestor Capital fra i più attivi.

L’intera flotta di navi in mani italiane, secondo Clarksons, vale attualmente 34,5 miliardi di dollari (di cui 18 miliardi relativi a navi ro-pax e da crociera) mentre, secondo i dati di VSL, l’intera esposizione degli armatori con le banche è pari a 14 miliardi di dollari, di cui oltre la metà (7,6 miliardi) sono Non Performing Loan (o crediti classificati come ‘Unlikely to pay’) riconducibili quasi totalmente a navi bulk carrier e cisterne. Il motivo per cui molte aziende di shipping italiane sono state costrette a ricorrere a ristrutturazioni del debito con le banche negli ultimi anni è spiegato dal coefficiente Loan to value (uno dei covenant spesso inseriti dagli istituti nei contratti di finanziamento navali) che per le navi bulk carrier finanziate nel periodo pre-crisi ha raggiunto il 189% e per le tanker il 144% generando svalutazioni notevoli nei bilanci delle shipping company e delle banche stesse essendo crollati i valori degli asset.

Il direttore di VSL ha comparato inoltre lo stato attuale del nostro armamento nazionale con quello greco, leader a livello europeo, mostrando che il valore delle navi di proprietà italiana è complessivamente pari a 34,5 miliardi di dollari (106,6 miliardi è il valore della flotta greca) mentre in termini di tonnellate di stazza lorda all’Italia fa capo una capacità di stiva pari a 43 milioni (i colleghi greci 217,1 milioni). Le navi italiane (molte delle quali sono unità da crociera, traghetti, chimichiere, ecc.) sono però mediamente più sofisticate come dimostra il dato secondo cui il valore medio di ogni tonnellata di stazza lorda per la flotta di casa nostra è di 0,8 milioni di dollari mentre per quella greca è di 0,49 milioni. Interessante anche la statistica secondo cui, sui 43 milioni di stazza della flotta in mani italiane, circa 16,1 milioni batte bandiera italiana mentre i restanti 26,9 milioni battono altre bandiere estere.   

Nicola Capuzzo      

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