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19/05/20 13:41

Il coronavirus e l’occupazione: marittimi più penalizzati rispetto al personale d’ufficio

Indagine dell’ECSA: nei vari settori passeggeri la crisi più grave, esulta solo il segmento tanker. E più della metà degli operatori vuole disdire gli ordini di newbuilding

di Pietro Roth

Un occhio di riguardo anche alle conseguenze che l’impatto del coronavirus sta avendo – e soprattutto avrà nei prossimi mesi – nell’occupazione all’interno dello shipping, partendo dai marittimi per arrivare a chi svolge la sua funzione seduto dietro ad una scrivania, e in questo periodo magari lo sta facendo da casa. È quello che ha voluto dedicare ECSA,  l’associazione degli armatori della Comunità Europea, all’interno di una ricerca di mercato fra i maggiori operatori del settore per sondare il terreno, dopo la pubblicazione dei risultati del primo trimestre da parte di molte aziende, soprattutto in vista del periodo aprile-giugno, che ha detta di molti sarà quello che evidenzierà le maggiori perdite collegate alla pandemia.

Nello studio (clicca qui per scaricarlo in versione integrale), la cui indagine parte senza tenere conto delle misure di sostegno nazionali il cui impatto viene conteggiato solo in seguito, si evidenzia che nei settori delle rinfuse solide e delle petroliere gli operatori non si aspettano grandi cambiamenti per quanto riguarda l’impiego dei marittimi: anche grazie al crollo del prezzo del greggio e alla conseguente necessità di trovare spazi di stoccaggio anche all’interno delle navi, questi due settori sono quelli che meno hanno risentito delle varie restrizioni in essere ormai in tutto il mondo. Per quanto riguarda il trasporto containerizzato lo scenario non è troppo preoccupante: solo la metà dei liner interessati si aspetta un calo intorno al 20% della forza lavoro. Le cose cambiano drasticamente, e in peggio, nei vari settori del trasporto passeggeri (crociere e traghetti), nell’offshore e nei servizi di trasporto rotabili, dove si teme un calo della forza lavoro richiesta che potrebbe arrivare oltre il 60%.

E quest’ultimo segmento vede tendenze negative anche per chi è impiegato in un lavoro d’ufficio anche se, nota l’ECSA, “difficilmente l’impatto sarà lo stesso che subiranno i marittimi”.

Dall’indagine emerge in oltre che le misure messe in campo sul lato del sostegno all’occupazione “forniscono un aiuto significativo nel breve termine, ma per il segmento passeggeri e anche per gli altri presi in considerazione non si adattano al settore marittimo. Queste infatti spesso si applicano solo a lavoratori di una certa nazionalità, e comunque non coprono la perdita di salario”, mentre per il personale d’ufficio “le tutele sono maggiori rispetto a quelle previste per chi lavora a bordo” visto che in questo caso le aziende possono rifarsi alla normativa generale, che consente in molti casi di sospendere i contratti mentre il dipendente riceve supporto finanziario dal governo. In Italia, ad esempio, questa soluzione è garantita (o meglio, dovrebbe essere garantita viste le enormi problematiche emerse) con l’adozione della cassa integrazione in deroga, estesa anche a società con un basso numero di dipendenti.

Per quanto riguarda la liquidità delle aziende, anche in questo caso la metà degli intervistati sostiene che le misure predisposte dai vari governi mal si adattino allo shipping, “perché spesso i processi amministrativi da mettere in campo e i costi superano i benefici delle stesse”.

Per quanto riguarda i mercati finanziari, anche ECSA fa notare come, eccezion fatta per il settore tanker, l’industria dello shipping stia affrontando ingenti perdite. A livello di fatturato, i settori più colpiti sono ancora una volta quelli legati al traffico passeggeri (dove il rischio è di arrivare a un -40% rispetto al 2019), ai rotabili e all’offshore.

Il 74% degli intervistati, inoltre, ha detto che non prevede un ritorno ai livelli pre-crisi entro la fine dell’anno, il 65% è convinto di tornare ad un livello di occupazione come quello precedente per i marittimi e il 56% per il personale d’ufficio. Ancora il 44% ritiene che gli investimenti effettuati nella sostenibilità ambientale prima dell’esplosione della pandemia ad oggi non sarebbero più possibili.

Come era prevedibile, infine, sul lato del rinnovamento delle flotte, solo l’11% pensa di andare avanti come se nulla fosse successo. Il 37% prevede di continuare nel suo piano ma dilazionandolo nel tempo, il 52% invece è pronto a fermare, se possibile, gli ordini di newbuilding.

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