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Direttore Responsabile: Angelo Scorza
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25/03/19 08:57

I risultati del settore energetico per il 2018 premiano i fossili

Clavarino (Assocarboni) presenta i numeri globali: continua la leadership mondiale del carbone nella produzione di energia elettrica (quota del 40%), chiudendo l’anno passato con un +3% del commercio mondiale (tranne che in Italia, in calo a due cifre)

Durante il Convegno annuale organizzato dall’Associazione italiana degli Operatori del Carbone, il presidente Andrea Clavarino ha presentato i dati del settore per l’anno 2018, che confermano essere il carbone il combustibile fondamentale per la produzione elettrica nel mondo.

In particolare, la domanda si sta spostando verso il Sud-est asiatico, area in cui le economie emergenti sono alla ricerca di una fonte di energia disponibile ed economica e, proprio nel carbone, hanno individuato il combustibile ottimale per lo sviluppo economico ed industriale.

Per quanto riguarda il commercio di carbone via mare a livello mondiale, il 2018 si è chiuso positivamente con un aumento del 3% annuo (1.239 milioni di tonnellate, rispetto ai 1.200 milioni del 2017). Si conferma, dunque, il trend di crescita che negli ultimi 10 anni ha portato ad un aumento del 50% dei volumi, con previsioni al 2020 che rimangono ottimistiche.

Per quanto riguarda lo steam coal, in particolare, i volumi si sono attestati a 976 milioni di tonnellate (+3,3% rispetto ai 944 milioni del 2017), superando anche la precedente quota record di 960 milioni di tonnellate registrata nel 2014. Si prevede che la crescita del commercio via mare sarà guidata dalle nuove economie emergenti asiatiche: India, Pakistan, Malesia, Vietnam e Filippine.

Il commercio via mare di coking coal nel 2018 ha totalizzato 263 milioni di tonnellate (+2,7% rispetto ai 256 milioni del 2017), principalmente grazie alle importazioni di India, Taiwan, Vietnam e Indonesia.

I Paesi che hanno contribuito maggiormente alla crescita dei volumi del carbone, raggiungendo risultati record dal punto di vista delle importazioni, sono stati: Corea del Sud, Cina, Vietnam, Filippine, India, Thailandia e, per l’Europa, la Polonia.

Le importazioni totali di carbone della Cina nel 2018 sono aumentate del 4% rispetto all'anno precedente, attestandosi a 281,23 milioni di tonnellate, rispetto ai 270,74 milioni di tonnellate del 2017. In particolare, la Cina ha aumentato del 10% le importazioni di carbone termico (passando da 187,8 milioni di tonnellate del 2017, a 207,16 milioni nel 2018), beneficiando di prezzi particolarmente competitivi a livello internazionale per gran parte dell'anno.

Per quanto riguarda l’export, l’Indonesia si conferma il maggior esportatore a livello mondiale; la produzione di carbone ha raggiunto i 548,5 milioni di tonnellate, con una crescita del 13% rispetto ai 485 milioni di tonnellate del 2017. In particolare, i volumi di carbone destinati al mercato domestico si sono attestati a 115 milioni di tonnellate (97 milioni di tonnellate nel 2017), mentre 430 milioni di tonnellate sono state destinate alle esportazioni (388 milioni di tonnellate nel 2017).

L’Italia nel 2018 ha registrato una diminuzione sia delle importazioni di carbone da vapore, a 11 milioni di tonnellate (-12% rispetto ai 12,6 milioni di tonnellate del 2017), sia delle importazioni di carbone metallurgico e PCI, attestate a 2,7 milioni di tonnellate (-18% rispetto ai 3,3 milioni del 2017).

Il phase‐out del carbone entro il 2025, previsto nel Piano Nazionale Integrato per l’Energia ed il Clima (PNIEC), dovrà essere progressivo nel tempo e strettamente connesso agli interventi strutturali riguardanti sia le capacità produttive sostitutive, sia i sistemi di trasmissione, di distribuzione e di stoccaggio dell’energia, se non si vorrà mettere a rischio la competitività e la sicurezza del Sistema Elettrico Italiano.

Alcune criticità già oggi presenti in alcune aree, potrebbero aggravarsi in caso di chiusura delle centrali nel 2025, in mancanza di appropriati interventi. Ipotizzare la chiusura delle due centrali a carbone della Sardegna, che garantiscono oltre il 70% della produzione dell’Isola, sembra tecnicamente impraticabile.

Anche il Centro-Nord presenta già oggi problemi di sicurezza ed adeguatezza della rete elettrica.

Il phase‐out italiano, in un mondo che continuerà comunque a produrre energia elettrica dal carbone, non porterà alcun beneficio alla riduzione dei cambiamenti climatici, in quanto le emissioni di CO2 delle centrali a carbone italiane rappresentano lo 0,0004% di quelle mondiali.

Al contrario, l’impatto della loro chiusura rappresenterà un ulteriore inutile aggravio per il sistema industriale e manifatturiero italiano, a vantaggio dei produttori di gas stranieri, come Gazprom, la più grande compagnia russa, o Sonatrach, società energetica statale algerina, che operano sul mercato in condizioni di oligopolio.

Senza la concorrenza tra i combustibili, si prevede minore possibilità di diversificazione delle fonti energetiche, con possibili ripercussioni sulla sicurezza degli approvvigionamenti del nostro Paese; come conseguenza, il prezzo del gas potrebbe subire importanti rialzi di prezzo, tali da ridurre sensibilmente i vantaggi economici determinati dall’ingresso delle fonti rinnovabili, con una minore competitività delle nostre aziende sui mercati internazionali.

Intanto il resto d’Europa continuerà ad impiegare nucleare e carbone oltre il 2025. La Germania, Paese dotato di 109 centrali a carbone, che producono ad oggi il 38% del fabbisogno energetico nazionale, si prepara ad un’uscita dal carbone su un orizzonte temporale più ampio: 2038.

Tale programma avrà comunque il supporto di 40 miliardi di euro volti a compensare la perdita di 20 mila posti di lavoro e favorire la riconversione degli impianti.

Negli ultimi anni gli operatori elettrici italiani hanno già effettuato un phase-out volontario dal carbone, con la chiusura di 5 impianti a carbone e la previsione di termine dell’attività per altri 4 entro il 2022. Le 4 centrali rimanenti, che eccellono per l’ambientalizzazione e le efficienze, chiuderanno nel 2025, molto in anticipo rispetto all’impiego in assoluta sicurezza e funzionalità.

Senza nucleare e carbone l’Italia dovrà misurarsi con un mix elettrico non competitivo che contribuirà ad indebolire l’attività industriale e che non rispecchia quello dei principali benchmark a livello mondiale. Non solo per l’industria, ma anche per i singoli cittadini ci saranno ulteriori oneri nella bolletta elettrica, che si aggiungeranno ai già atipici costi.

Alla luce dei dati raccolti per l’anno 2018 e in vista dei futuri programmi energetici, Assocarboni ritiene che il Sistema Elettrico Italiano debba aumentare la quota di rinnovabili rispetto all’attuale e auspica l’apertura di un tavolo di lavoro che coinvolga le istituzioni e gli operatori elettrici per affrontare le modalità di chiusura delle centrali e dei relativi indennizzi come già fatto in Germania.

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