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Direttore Responsabile: Angelo Scorza
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21/06/19 17:25

Genova ancora ostaggio dei manipoli di ‘lavoratori’ strumentalizzati (con connivenze)

La vicenda della ‘nave delle armi’ della compagna saudita Bahri è la cartina di tornasole di una città portuale dove ancora prevalgono l’autolesionismo e il ‘maniman’, bloccandone lo sviluppo

Oltre la vicenda specifica del ‘caso Bahri Jazan’ – la cosiddetta ‘nave delle armi’ della compagnia saudita - sul quale non abbiamo strumenti inconfutabili per prendere una posizione netta, restano alcune considerazioni da fare, come osservatori neutrali del settore.

Come già vissuto negli anni più bui della grande crisi di traffici marittimi a Genova, quando a metà anni ’80 la prima città portuale d’Italia abdicava al suo ruolo di leader mediterraneo in quanto vittima dei ricatti pressoché oltraggiosi dei ‘camalli’, che mettevano in fuga (quasi senza ritorno) armatori e merci, l’episodio assolutamente minimale (se vogliamo), ma assai significativo di una partita di merci sulla cui identità precisa ognuno dice la sua, rivela la fragilità e instabilità assoluta di un sistema in cui la pace sociale sulle banchine evidentemente era stata siglata a tempo determinato; ma soprattutto evidenzia la mancanza di compattezza, coesione ed uniformità di vedute da parte degli stakeholders cittadini.

E così mentre da una parte gli operatori sono sostanzialmente schierati a difendere una libertà d’iniziativa imprenditoriale che non ci pare affatto ledere alcun principio etico, dall’altra parte della barricata le istituzioni e le parti sociali si spaccano, permettendo al solito manipolo di ‘lavoratori’ piantagrane, possibilmente strumentalizzati e forse anche fruitori di connivenze politiche, di impantanare i meccanismi operativi di un fronte portuale che faticosamente, dopo le varie e ben note disgrazie, sta lottando per ritrovare un filo conduttore andato più volte smarrito negli ultimi decenni fra crisi generalizzata, beghe di quartiere e imprevedibili tragedie infrastrutturali.

E così, nonostante alcuni lodevoli tentativi da parte di Regione Liguria e di Comune di Genova di permettere ad un territorio spesso inerte e passivo di rialzare la testa, la vicenda della nave cargo araba – parte di una flotta che da circa 30 anni scala regolarmente le banchine tricolori - bloccata da un piccola ed eterogenea folla di ‘benpensanti’ sostenitori di valori morali inattaccabili, fa ancora una volta emergere che, cambiano i tempi e cambiano gli attori, ma la situazione resta quasi sempre la medesima; come una sorta di gioco dell’oca da nemesi storica, si torna al punto di partenza.

La sceneggiata ordita va in onda sui social e sui media, e coinvolge le associazioni più disparate (dai pacifisti alle sigle dell’estrema sinistra), tutti uniti sotto la vile bandiera dell’ipocrisia: si annoverano Amnesty International, Libera, Caritas diocesana, Agesci Liguria, Acli, Rete per la Pace, Oxfam e una trentina di altre realtà del mondo associativo pacifista e cattolico.

Dicevamo della parte datoriale: non sono solo, come è ovvio, gli agenti marittimi genovesi ad unirsi per un messaggio univoco di protesta; ma anche i loro ‘cugini’ nella catena del trasporto, alias gli spedizionieri - entrambe le categorie per bocca delle rispettiva associazioni – vanno ad invocare, mediante una missiva molto ficcante ed inequivocabile, una presa di posizione netta da parte dell’Autorità di Sistema Portuale.

Quest’ultima invece mostrerebbe troppo spesso un’indole pilatesca, stretta com’è tra l’incudine dei lavoratori portuali ed il martello dei loro committenti, terminal operator e rappresentanti del carico.

Gli imprenditori rivendicano alcune certezze, come quella di avere potuto esaminare tutta la documentazione, che è stata da subito messa a disposizione di chiunque volesse prenderne visione, per avere la conferma che gli 8 generatori (perché di ciò pare trattarsi), oggetto dello scellerato ‘embargo’, siano destinati ad un uso civile, sebbene di tali evidenze non si sia voluto tener conto.

E - aggiunge la ‘parte lesa’ - non si è neppure voluto tener conto dell’esistenza di una legge dello Stato che già vieta l’esportazione di materiali bellici verso paesi in conflitto. Il che porta costoro a farsi una lecita domanda: se la merce aveva le autorizzazioni del caso e nessuna autorità ha sollevato dubbi, facilmente Teknel aveva pieno diritto di vendere ed esportare il proprio prodotto.

L’accusa monta fino ad essere veemente: a guidare la massa di ‘disinformati’ e ‘manipolati’ (sui quali affermazioni retoriche farebbero facile presa), altri non sono che un manipolo di ‘lavoratori’ del porto che percepiscono il salario ma che in banchina a piegare la schiena si vedrebbero di rado, dal nome di CALP Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali, il cui simbolo sono due martelli incrociati alla stregua di due spade.

Le loro azioni, ben conosciute da coloro che lavorano in porto, sono anche violente creando tensioni e paura; vengono denunciati (al riguardo sul sito social del Collettivo vi sono filmati orgogliosamente ostentati) binari ferroviari saldati per non far transitare i treni, blitz perpetrati nottetempo da persone incappucciate, bengala sparati in aria, copertoni bruciati. Quasi una piccola guerriglia urbana finalizzata ad imporre le proprie ragioni ed impedire a persone che vogliono lavorare ‘sul serio’ di poterlo fare nel rispetto delle regole, lamenta la controparte, che si accanisce contro l’inerzia generale ed un certo lassismo, stupita che nessuno si adoperi per contrastarli.

Nel mirino finiscono anche CULMV e FILT CGIL, criticate di essersi comportate quasi da fantocci nelle mani della frangia estremista poiché i rispettivi rappresentanti avrebbero dapprima firmato un documento presso l’AdSP che riconosceva l’utilizzo civile dei materiali oggetto del blocco, salvo poi farsi trascinare da una certa onda mediatica e così ricusarsi, fino a dichiarare lo sciopero, con modalità che appaiono anche discutibili rispetto alla normativa vigente.

Nel gioco delle parti, logicamente da una parte sta chi dice che le cosiddette armi, già ‘respinte’ il 20 maggio scorso dall’imbarco presso il terminal GMT sulla nave Bahri Yambu, quindi ricoverate in deposito al CSM e poi bloccate in via definitiva - fino a costringere l’esportatore a trasferirle dal porto genovese altrove - altro non erano che generatori ad utilizzo civile, come sarebbe ampiamente dimostrato nei documenti; e constatato da Prefettura, Capitaneria di Porto e Ministeri competenti.

Dall’altra sta chi invece definiva senza mezzi termini false tali prove documentali.

A prescindere dal ‘vero o falso’, l’esito delle azioni attuate (che definire di ‘disturbo’ sarebbe eufemismo riduttivo) per l’economia puntuale – ma in chiave prospettica, assumendo il rischio già concreto di ‘spaventare’ l’utenza portuale, anche per l’economia generale del porto ligure e quindi di tutti i porti italiani – è assolutamente disastroso.

Nel caso specifico, si è bloccato l’imbarco di materiali di un grosso progetto che si era aggiudicato una ditta italiana, dopo aver vinto una gara internazionale, mettendo a serio rischio la cancellazione del contratto coi committenti esteri, di fatto generando un danno sia di fatturato che di forza lavoro.

Oltre al danno la ‘solita’ beffa: la merce rigettata dalle banchine italiana ora andrà ad essere imbarcata da porti esteri, sottraendo lavoro a Genova ed al Paese.

Ma almeno ‘qualcuno’ potrà andare a dormire con la coscienza a posto…

A costoro viene imputato di essere pretestuosi e ipocriti nel discutere su chi è contro o a favore di una guerra, poiché palesemente nessun essere di buon senso può essere fautore di una guerra.

I ‘danneggiati’ deplorano una prevaricazione perpetrata da chi non ha nulla da perdere (perché avrebbe già tutto garantito) e agisce per meri scopi politici, a danno di chi invece ha molto da perdere, e lavora nella legalità, senza essere peraltro difeso da chi avere viceversa il dovere di farlo.

È proprio qui cade un altro ‘macigno’ d’accusa: l’ignavia di certe istituzioni deputate alla tutela del lavoro che non avrebbero preso una posizione chiara in tale occasione intimando di sospendere qualsiasi azione che avrebbe impedito il normale svolgimento delle operazioni portuali, come ci si sarebbe aspettati in qualsiasi paese che si rispetti.

Avrebbe così prevalso il consueto sentimento tutto genovese del ‘maniman’ e dell’autolesionismo spinto, del disinteresse collettivo, del lasciarsi supinamente sopraffare da quelli che urlano più forte e impongono le loro decisioni con la forza degli slogan e con la violenza dei petardi.

L’altra campana ovviamente ha un pensiero diametralmente opposto.

Diversamente da quanto dichiara il governatore della Regione Liguria, la contestazione dei manifestanti non riguarda ‘qualsiasi’ vendita di materiale bellico, ma quella verso un paese in guerra, nel rispetto della legge 185 del 1990; più precisamente, la Camera del Lavoro della CGIL distingue la regolare produzione di materiale militare di aziende liguri destinato ad ammodernare gli armamenti di eserciti di stati democratici attualmente non in conflitto rispetto al commercio d’armi con l’Arabia Saudita, paese dove i diritti umani sono regolarmente calpestati, attore di aggressioni militari alla popolazione civile dello Yemen. Costoro chiedono di reiterare quanto fatto in Germania, che ha imposto l’embargo e bloccato l’export di armi verso l’Arabia Saudita, impegnata in quella che l’ONU definisce la più grave catastrofe umanitaria al mondo.

I ‘rivoltosi’ definiscono come farsa le dichiarazioni di Teknel, che avrebbe voluto nascondere la verità sulla natura militare della spedizione di fronte ad autorità e opinione pubblica, creando una situazione di inganno insostenibile per i lavoratori e per la legge.

E proseguono respingendo l’accusa al mittente: chi strumentalizza tale posizione, millantando che il sindacato non tutelerebbe i lavoratori del porto e quelli delle fabbriche militari presenti in Liguria, non fa un buon servizio; non è motivo di imbarazzo la presenza sul territorio di un’industria della difesa ad alta innovazione tecnologica, ma che non può essere confusa con i ‘mercanti di morte’ in operazioni belliche definite crimini di guerra dalle Nazioni Unite, scrive il sindacato, che sollecita anzi il Governo a ribadire ufficialmente questa posizione ‘garantista’. 

Allo stesso Premier Giuseppe Conte - e ancora una volta si segnala una tardiva, se mai verrà, presa di posizione dell’esecutivo giallo-verde – ha scritto pure Teknel, che ha prodotto i generatori rimasti fermi in porto e che dunque si ritiene la vera vittima del fatto – ma, ripetiamo, a perdere sarà tutto il sistema economico-produttivo-logistico italiano – e che chiede un intervento del Governo che chiarisca in via definitiva la tortuosa vicenda.

La stessa presa di posizione ferma e inequivocabile – per inciso - che Assagenti e Spediporto hanno chiesto all’AdSP.

L’azienda romana si definisce realtà industriale oggetto di una campagna stampa ‘scandalosa’ che influenza negativamente gli addetti al carico del porto di Genova e che da oltre un mese determina l'impossibilità di esportare forniture che, in questa configurazione, non sono prodotti militari destinati ad alcun esercito bensì alla Saudi Arabian National Guard che svolge compiti di Protezione Civile.

Il vertice di Teknel sottolinea che l'utilizzo di notizie false e strumentalizzate danneggia non solo la propria azienda ma anche l'immagine dell'Italia verso l'Arabia Saudita, col rischio che potrebbero essere i Sauditi stessi a danneggiare le esportazioni italiane come rappresaglia, conscia che forse solo raggiunto il punto di non ritorno le associazioni sindacali e l'Autorità Portuale genovese capiranno l'errore; ma comunque troppo tardi per risarcire l'immenso danno provocato alla competitività, alle industrie ed ai lavoratori italiani.

 

Angelo Scorza

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