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Direttore Responsabile: Angelo Scorza
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18/05/18 12:03

Armatori europei spaventati dalle nuove sanzioni USA all’Iran

Molte compagnie non accettano più carichi di greggio iraniano, di cui l’Italia è il primo compratore in Europa e il 5° al mondo

Analisti e media internazionali, fin dallo scorso 8 maggio – quando il Presidente americano Donald Trump ha annunciato che gli USA si ritireranno dall’accordo sul nucleare iraniano e reintrodurranno una serie di sanzioni nei confronti di Teheran – si stanno interrogando sui potenziali effetti che questa decisione dell’amministrazione di Washington potrà avere sul traffico internazionale di petrolio e sulle attività marittime ad esso correlate.

Se è ancora presto per delineare una mappa completa delle conseguenze, l’uscita degli Stati Uniti dal cosiddetto accordo dei 5+1 firmato nel luglio 2015 da Cina, Francia, Russia, Gran Bretagna, Stati Uniti e Russia sta già condizionando concretamente il comportamento di molti armatori europei attivi nel liquid bulk e, di conseguenza, la possibilità per le raffinerie del Vecchio Continente di approvvigionarsi di greggio iraniano, di cui l’Italia peraltro è il primo importatore tra i Paesi UE e il quinto nel mondo.

Le compagnie marittime danesi Maersk Tankers e Torm hanno già informato i loro clienti che non accetteranno nuovi contratti per carichi provenienti dall’Iran, e che entro il prossimo 4 novembre verranno terminati anche i contratti siglati prima dello scorso 8 maggio.

Come spiega la società specializzata Platts in una sua analisi, queste due sono le date determinanti: il Dipartimento del Tesoro americano ha infatti chiarito che i soggetti coinvolti in transazioni con l’Iran riguardo a settori oggetto delle nuove restrizioni avranno tempo fino al 4 novembre 2018 per porre fine ai contratti senza incorrere nelle sanzioni secondarie americane. Ed è sempre Platts a riferire di una recente circolare con cui il London P&I avrebbe avvisato i propri membri di aver ricevuto indicazioni ‘informali’ dal Tesoro USA in base alle quali “ogni nuova transazione con soggetti legati all’Iran effettuata a partire dall’8 maggio, se relativa ad attività comprese nel nuovo programma di sanzioni secondarie, potrà essere oggetto di tali sanzioni”.

Un avvertimento che avrebbe già messo in guardia un certo numero di armatori europei tradizionalmente attivi sulle rotte tra Iran e Vecchio Continente, spaventati dal rischio di incorrere nelle citate ‘sanzioni secondarie’: in tal caso i soggetti dagli USA ritenuti colpevoli di intrattenere relazioni commerciali con l’Iran potrebbero vedere colpite le loro attività sul suolo americano, e soprattutto perdere i finanziamenti in dollari erogati dalle banche ‘a stelle e strisce’.

“Da un punto di vista politico le nuove sanzioni contro l'Iran sono state imposte dagli Stati Uniti e non risulta che al momento alcun Paese europeo abbia deciso di aderire, quindi la situazione è molto diversa da quella antecedente l’accordo sul nucleare iraniano” piega a Ship2Shore Enrico Paglia, Research Manager di banchero costa. “Dal punto di vista pratico, però, le aziende che hanno interessi negli Stati Uniti, inclusi molti armatori soprattutto europei, cercheranno di evitare i carichi di crudo iraniano per evitare di incorrere nelle sanzioni americane secondarie per chi fa affari con l'Iran. Questo si, potrebbe causare una riduzione dell'export iraniano verso le nazioni europee, carichi che sarebbero comunque rimpiazzati dall' export di altre regioni (Arabia Saudita, Urali, Russia, Stati Uniti, Iraq), mentre i carichi iraniani sarebbero liberi di andare in Far East in particolare verso Cina ed India. L' export di greggio iraniano potrebbe anche ridursi nei confronti di Corea del Sud e Giappone che dovrebbero supportare la politica americana, in particolare in un momento così delicato nella penisola Coreana”.

Oltre a questo primo effetto di spostamento dei flussi di greggio sullo scacchiere internazionale, “nel medio e lungo periodo le sanzioni americane – conclude Paglia – potrebbero portare ad una graduale riduzione della produzione iraniana a causa di una maggiore difficoltà del Paese nell'attirare investimenti internazionali”.

Quello che è certo è che queste dinamiche avranno effetti diretti sull’Italia, che dal 2015, con la caduta delle sanzioni internazionali, si è subito imposta come uno dei principali compratori del greggio iraniano. A fine 2017, secondo dati forniti da Platts, sui 700.000 barili al giorno di greggio iraniano importato in Europa, ben 227.000 barili erano diretti in Italia, soprattutto verso le raffinerie di Saras in Sardegna e di ISAB-Lukoil in Sicilia.

L’Italia è infatti il primo importatore europeo del petrolio iraniano, e il 5° al mondo dietro a Cina, India, Corea del Sud e Turchia e davanti alla Grecia.

E d’altra parte l’Iran negli ultimi 2 anni si è imposta come una delle principali fonti di approvvigionamento petrolifero per il Belpaese, attestandosi – in base alle statistiche pubblicate sul sito dell’Unione Petrolifera Italiana e relative ai primi 9 mesi del 2017 – al secondo posto con 6,38 milioni di tonnellate (+400% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente) su 48,77 milioni di tonnellate importate in totale (ben oltre il 10%). Davanti all’Iran c’è solo l’Azerbaijan, con quasi 9 milioni di tonnellate, mentre subito dietro ci sono Iraq (5,67 milioni di tonnellate) e Russia (5,05 milioni di tonnellate).

 

Francesco Bottino

TAG : dal mercato
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