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Direttore Responsabile: Angelo Scorza
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24/01/20 09:48

L’anno che verrà

Oroscopo finanziario per il 2020

== COMUNICAZIONE AZIENDALE ==

Non sembra iniziato un “nuovo” anno sui mercati finanziari, anzi il primo mese del 2020, salvo un leggero sussulto dopo l’uccisione da parte degli USA del generale iraniano Qasem Soleimani, si presenta con i principali indici azionari in territorio positivo e con un andamento che sembra una naturale continuazione dell’anno 2019.

 

Eppure, a voler esser obiettivi, segnali di fragilità strutturale il sistema ne presenta: la durata extra-long di questo ciclo economico, la crescita mondiale contenuta, i margini compressi e l’indebitamento sempre maggiore delle aziende. Il tutto inserito in un contesto di de-globalizzazione che procede in modo un po’ scomposto tra dazi, protezionismi e svalutazioni competitive.

 

Aziende, occhio al debito

Guardando più attentamente le aziende, vero motore dell’economia, ci accorgiamo che a fronte di performance borsistiche che negli ultimi 12 mesi vanno mediamente da un 20 a un 30%, i loro utili sono invece piuttosto stabili. Ciò che al contrario è cresciuto molto nei loro bilanci è la componente debitoria e spesso, il denaro generosamente offerto dal sistema bancario è stato utilizzato dagli imprenditori, sopratutto quelli americani, per ricomprarsi azioni della propria azienda. Questo fenomeno, che prende il nome di buy-back (riacquisto di azioni proprie) è stata una delle leve principali di crescita dei prezzi delle quotazioni sul mercato finanziario. Ma questo è, comprensibilmente, un fenomeno non replicabile.

 

Geopolitica ad alta tensione

A questi fattori economici si possono aggiungere le tensioni geopolitiche di cui il nuovo anno è piuttosto ricco: le mire espansionistiche di Turchia e Russia hanno aggiunto, accanto alla questione Ucraina, quella Libica e Siriana e contemporaneamente si sta ancora “giocando” la partita tra USA e Iran.

 

Il 2020 sarà poi l’anno dell’anno della Brexit. Mancano pochi giorni (31 gennaio) e gli inglesi lasceranno ufficialmente i loro uffici a Bruxelles. Dal 1° febbraio infatti non ci saranno più rappresentanti britannici nel Consiglio dei Ministri, Parlamento e Commissione Europea. Dopo l’uscita politica, dovrà compiersi quella economica: c’è tempo fino al 31 dicembre 2020 per formalizzare gli accordi commerciali, ma molte storie del passato ci insegnano come per questo traguardo, 11 mesi potrebbero essere pochi.

 

Infine alla paura dell’ultima ora sulla diffusione del Coronavirus, sulla quale è prematuro fare qualunque previsione, ci sono le due vere ciliegine sulla torta: il delicato equilibrio commerciale tra Stati Uniti e Cina  e le presidenziali americane; questi sono, a mio avviso, i driver da monitorare nei prossimi mesi (tabella allegata).

 

Guidano le Banche centrali

Sembrerebbe quindi un quadro piuttosto complesso e con diversi fattori di rischio, eppure tutti gli operatori sul mercato sono sereni, anzi direi che l’anno è iniziato con una certa euforia e ricchi flussi in ingresso sui mercati azionari. Il merito di questo clima di fiducia “nonostante tutto” è ancora una volta, derivante dall’atteggiamento ultra-espansivo delle principali Banche centrali mondiali.

 

Contando soltanto Fed e Bce arrivano circa 3 miliardi al giorno di liquidità sui mercati. Non solo: Richard Clarida, vice Presidente del Direttivo dei Governatori della Federal Reserve, ha recentemente affermato che queste misure non saranno interrotte nemmeno di fronte ad una riaccellerazione dell’economia. Lato europeo, la Lagarde ha iniziato il mandato seguendo perfettamente la scia di politica monetaria accomodante con cui lo ha lasciato Draghi: tassi a zero. Ancora una volta le voce dei banchieri centrali è più ascoltata dagli operatori finanziari di qualunque dato macroeconomico.

 

La statistica che conforta le Borse

Se infatti è vero che gli effetti di questi interventi sull’economia reale si stanno riducendo (e si rendono sempre più necessari interventi di natura fiscale), per far salire i mercati finanziari invece funzionano ancora perfettamente! Lo dimostrano i corposi flussi di acquisti, sopratutto sull’azionario, che abbiamo visto in questi giorni.

 

E allora, pur tenendo gli occhi bene aperti, forse conviene buttarsi nel flusso, considerando anche che il rinnovato abbassamento di tassi d’interesse rende il differenziale di rendimento tra mercato obbligazionario e azionario nettamente a favore di quest’ultimo. Fintanto che i rendimenti del decennale americano rimarranno compresi nel corridoio 1,80%-3%, il vento spingerà ancora gli indici e ogni correzione del mercato (e ce ne saranno anche quest’anno) può essere sfruttata come occasione di acquisto.

 

A chi, correttamente, sottolinea che veniamo da un anno con performance oltre il 20%, vorrei aggiungere una confortante nota statistica. Prendiamo i due indici di borsa più rappresentativi, S&P 500 e DAX, e guardiamo come si sono comportati nei periodi successivi ad una chiusura annuale superiore al 20%. Dal 1945 l’S&P 500 ha avuto 19 annate oltre il 20%: in 15 casi l’anno dopo è stato ancora positivo mediamente di un 10% circa. Il Dax, che è disponibile dal 1959 in poi, ha avuto 18 annate oltre il 20%: in 12 casi l’anno dopo è stato ancora positivo mediamente di un 5,94% circa.

 

Usa, l’impatto delle elezioni

È chiaro che nessuno può prevedere ciò che accadrà, ma altro spunto interessante si può avere osservando questa tabella che riporta le performance dell’indice S&P500 nell’anno delle presidenziali. In verde l’anno in cui il presidente in carica ha vinto un mandato extra e in arancione quando ha perso e ha dovuto cedere la poltrona della Casa Bianca. In grigio le performance degli indici quando i due candidati non ricoprivano il ruolo di capo dell’esecutivo.

 

La performance media nell’anno delle presidenziali è stata pari a un +11,2%. La performance media nell’ election year quando un candidato è anche il Presidente in carica, è stata pari al +13,5%. Se i candidati non sono presidenti in carica la performance media è pari al +6%.

 

Pronti anche all’imprevisto

A mio avviso, se la ricandidatura di Trump non incontra intoppi, si può anche rimanere completamente investiti, anzi aumentare la componente azionaria. Se gli avversari Sanders e Warren dovessero prendere campo, potrebbe cominciare a tirare un vento contrario per le borse e (soprattutto nel caso di Sanders) per il dollaro.

 

Da qui a novembre basterà un sondaggio sfavorevole a Trump (e certamente ce ne saranno) per tornare a parlare di inasprimento fiscale e re-regulation, infrangendo così tutti i sogni dei mercati. Di fronte a un cambio profondo delle regole che guidano il modello americano, anche una riaccelerazione dell’economia nella seconda parte dell’anno e una Fed benevola potrebbero non bastare a ridare tranquillità.

 

Per concludere quindi, accanto al sovrappeso sull’azionario potrebbe essere una buona idea avere in portafoglio anche qualche asset class protettiva: oro, franco svizzero e titoli di Stato Americani rimangono ancora un ottimo paracadute in caso di emergenza.

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TAG : fineco
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