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Direttore Responsabile: Angelo Scorza
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24/10/19 10:43

Investimenti socialmente responsabili

Come decidere se rappresentano la scelta giusta per il proprio portafoglio

Giancarlo Valle

== COMUNICAZIONE AZIENDALE ==

Il mondo della gestione del risparmio guarda con sempre maggiore interesse al tema degli investimenti “etici” o “socialmente responsabili”. Si tratta di strumenti finanziari,  generalmente fondi comuni di investimento, Sicav ed Etf, che accanto agli obiettivi tipici della gestione finanziaria affiancano considerazioni di natura ambientale, sociale o di stile di conduzione di impresa: i cosiddetti criteri ESG (Environmental, Social, Governance). 

 

Questo genere di investimenti, definiti anche SRI, Social Responsible Investment, hanno una lunga storia che affonda le radici nelle varie filosofie e religioni e si manifesta nel mondo finanziario già durante il XVIII secolo. I moderni SRI si svilupparono in USA negli anni 1960/70 e nel decennio successivo in Europa. In Italia il primo fondo etico fu lanciato nel 1997.

 

Il rapporto 2018 della Global Sustainable Investment Alliance stima che a livello mondiale ci siano oltre 30.000 miliardi di dollari allocati su strategie SRI mentre in Europa si raggiungono 12.300 miliardi di euro, il 49% del totale delle attività gestite professionalmente.

 

Poiché gli strumenti finanziari riconducibili alla categoria SRI possono avere caratteristiche ed “interpretazioni” differenti, per chi desideri  approfondire il tema cominciano le difficoltà. La stessa sigla può essere definita in modo diverso, i termini vengono qualche volta usati in maniera intercambiabile e in qualche caso si ha il sospetto che le leve del marketing prevalgano sui contenuti.

 

 

Come orientarsi

Premesso che la scelta di utilizzare strumenti finanziari SRI rappresenta la parte conclusiva nel processo di definizione di un portafoglio che deve prima di tutto considerare gli obiettivi di investimento,  l’orizzonte temporale e la tolleranza al rischio, cerchiamo di fornire un piccolo e semplice schema “interpretativo”.

 

Nello svolgimento della loro attività, i gestori SRI utilizzano principalmente tre approcci spesso tra loro complementari:

  • Lo screening negativo (exclusion), che implica di non investire in aziende che non rispettino determinati standard sociali, ambientali o di gestione delle risorse umane
  • Lo screening positivo (best in class e ESG integration), che mira invece ad individuare ed investire in società virtuose nell’impegno a favore della sostenibilità sia per le politiche e buone prassi con dipendenti, clienti e fornitori, sia per l’attività in settori atti a soddisfare il benessere e lo sviluppo umano. Ovviamente tale approccio non prescinde ma integra la tradizionale analisi di bilancio.
  • Infine l’azionariato attivo (engagement and voting), che è volto ad incoraggiare e sostenere un business più conforme agli standard ESG, partecipando e votando alle assemblee societarie e intervenendo nella nomina dei componenti del CdA.  

 

 

Un bollino qualità

Ma come definire meglio i criteri e gli ambiti in cui si muove un gestore ESG? Come poterne valutare la qualità del lavoro? Sul tema, già nel 2005, è intervenuto l’Onu definendo i Principi per gli investimenti responsabili (Principles for Responsible Investment – PRI).

 

Si tratta di criteri a cui si deve attenere una rete di investitori internazionali “certificati”, operanti per lo sviluppo di un sistema finanziario globale più sostenibile. Ne fanno parte oltre 2000 sottoscrittori volontari. Si tratta principalmente di fondazioni, fondi pensione, e asset managers che attualmente rappresentano l’organismo internazionale più autorevole nella galassia della finanza responsabile.

 

 

I principi a cui devono aderire sono sei:

  1. Incorporazione dei temi ESG (ambientali, sociali e di governance) nell’analisi di investimento e nei processi decisionali
  2. Impegno ad agire da azionisti attivi e a inserire i temi ESG nelle proprie politiche e pratiche di gestione.
  3. Richiesta alle società in cui si investe di comunicare in modo appropriato le istanze ESG.
  4. Impegno a farsi promotori dell’accettazione e dell’implementazione di tali principi tra gli investitori
  5. Collaborazione per aumentare la propria efficacia nella messa in pratica dei principi.
  6. Impegno a stilare un resoconto delle attività e dei progressi raggiunti nell’applicazione dei principi.

 

Nel settembre 2015, l’ Onu ha lanciato il programma Agenda 2030 sottoscritto dai governi di 193 Paesi. Il documento è un vero e proprio programma d’azione per la prosperità delle persone e del pianeta e contiene 17 Obiettivi per lo sviluppo sostenibile. Salute e benessere, parità di genere, acqua ed energia pulite ed accessibili, lavoro dignitoso, innovazione ed infrastrutture, città e comunità sostenibili, lotta ai cambiamenti climatici rappresentano certamente ottimi parametri per un gestore che deve decidere se escludere o inserire  un’azienda in un fondo o gestione SRI .

 

L’industria finanziaria è anche molto attiva nel progettare e sviluppare nuovi strumenti che supportino la svolta ESG di Governi ed Aziende. Ne sono un esempio i “green bond”, obbligazioni la cui emissione è legata a progetti che producano impatti sociali ed ambientali positivi.

 

 

Per saperne di più

Altra caratteristica distintiva degli strumenti finanziari SRI deve essere la trasparenza; dal 2010 esiste il Codice Europeo per la Trasparenza dei fondi comuni SRI che incoraggia i gestori ad essere più espliciti sui contenuti e sulla metodologia che caratterizza i prodotti offerti.

 

Per il lettore interessato ad avere maggiori informazioni sulle tematiche SRI segnalo il sito dell’Eurosif, l’Associazione europea per la promozione e lo sviluppo degli investimenti responsabili (www.eurosif.org)

e  quello del Forum per la Finanza Sostenibile (www.finanzasostenibile.it) associazione no profit nata nel 2001 e di cui fanno parte operatori finanziari ed altre organizzazioni interessate all’impatto ambientale e sociale degli investimenti.

 

 

I vantaggi di investire Esg

Prima di concludere non voglio sottrarmi dal cercare di rispondere alla domanda: ma l’investimento ESG “rende”?

 

Ci sono diversi studi e ricerche che affrontano l’argomento;  una delle più recenti è del BlackRock Investment Institute: “Sustainable investment: a ‘Why not’ moment” (maggio 2018).

 

Premesso che la storia  documentabile dell’investimento ESG è piuttosto recente  (su Bloomberg i dati dell’indice azionario mondiale ESG partono dal 2007), sembrano non esserci penalizzazioni per quei risparmiatori che scelgono di investire seguendo questi criteri; anzi, pare esserci una leggera differenza positiva in termini di rendimento e di minor downside risk a favore dell’investimento responsabile.

 

Possiamo dunque concludere che la “moda ESG” non è solo marketing ma anche “sostanza” e potrebbe rappresentare un potente strumento per indirizzare l’economia mondiale verso un nuovo trend di crescita basato su uno stabile modello di sviluppo rispettoso delle persone e dell’ambiente. Gli investitori istituzionali più sensibili a questi temi, fondi pensione e fondazioni, se ne sono resi conto e sollecitano i gestori affinché offrano soluzioni adeguate. Ora spetta agli investitori privati e ai loro consulenti.              

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TAG : FINECO
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