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Direttore Responsabile: Angelo Scorza
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19/03/19 15:17

Trieste divisa tra Cina e Stati Uniti

Città e operatori giuliani reagiscono in maniera scomposta al dubbio amletico: con Pechino o con Washington?

Un emblematico manifesto pubblicitario affisso nelle strade di Trieste in questi giorni la dice tutta sui dubbi che inquietano, quasi amleticamente, cittadinanza e istituzioni ‘tergestee’ su una questione vitale.

Malgrado sia sponsorizzato da ForzaItalia – e dunque fazioso per definizione – accanto ad alcune frasi pubblicamente dichiarate da componenti della coalizione politica di centro-destra, il cartellone propagandistico ne porta anche una della diretta oppositrice politica, seppure datata agosto 2018, ma già per certi versi ‘lungimirante’. “Quali garanzie reciproche, No Trieste come Pireo” affermava l’ex Presidente della Regione Debora Serracchiani su Il Piccolo.

Allineate fra loro – e non poteva essere diversamente, fra partner politici – le citazioni di tre alleati, tutte fatte ad inizio 2019.

Berlusconi: “Se Europa debole, Cina guiderà il mondo” (Il Giornale).

Salvini: “Cinesi in porto. Preoccupazioni fondate…” (Telequattro).

Meloni: “Investimenti cinesi: enorme punto di domanda” (Telequattro).

La fede politica di Zeno D’Agostino è fuori discussione, ma chissà se e quali dubbi attanagliano il manager pubblico in questi giorni, tormentati dal dilemma: Cina Sì, Cina No?

Un dubbio che il numero uno della Torre Lloyd sembra avere agilmente risolto con un ragionamento che, alla lettera, non fa una grinza: ben vengano i soldi cinesi in porto e nei dintorni, purchè permanga saldamente il controllo pubblico italiano.

Ma sarà così facile avere “la moglie ubriaca e la botte piena?”. Più d’un osservatore ne dubita.

Sulle pagine del quotidiano locale, il presidente dell’AdSP – il cui coraggio viene romanticamente e prosaicamente definito “l’incoscienza di Zeno”, a parafrasare il noto romanzo psicologico o di Italo Svevo, datato quasi un secolo fa (1923) – sembra potere rassicurare l’agitata piazza triestina.

“Avevamo previsto quello che sarebbe successo nel 2019 così come anche nel 2020 e nel 2021. Qualcuno sarebbe venuto a comprare qualche parte di sistema. Ma le zone franche sono gestite totalmente dalla mano pubblica. Nessun elemento verrà svenduto. Si può venire qui e usufruire dei vantaggi ma tutto viene gestito dall'autorità pubblica” si è così espresso D’Agostino sull'affaire-querelle italo - cinese della Nuova Via della Seta, definita alternativamente una vera e propria “telenovela che rischia di fiaccare pazienza e attenzione dei triestini, ancora una volta al crocevia di qualcosa: di così grande e impegnativo da un lato; di così poco compreso da tanti, che citano con altri fini e interessi Trieste insieme al suo porto”.

E come dare torto all’articolista?

Che si affretta a rammentare la base più elementare di tutti i ragionamenti in pista, vista la ridda di ‘castronerie’ che alcuni farneticano bellamente.

“Il porto è demanio dello Stato, unico che lo può volere vendere, come ha fatto la Grecia, in grave difficoltà economica, cedendo ai cinesi l’intero porto del Pireo.

Gli accordi commerciali, compreso il Memorandum che Roma e Pechino stanno per firmare, sono altra partita.

D’altronde, come nascondersi dietro a un dito? Senza gli investimenti stranieri, quanti porti - non solo Trieste - oggi sarebbero privi o quasi di attività, stante che spesso l’imprenditoria italiana latita o si maschera?

Anzi, considerando come quello che hanno messo su molte aziende italiane, adesso lo stanno vendendo – immaginiamo con buon margine – ai famelici investitori stranieri, più interessati che mai agli asset, spesso strategici, dello Stivale, cosa faremmo senza capitali esteri che fanno girare denaro e occupazione?

Una rassicurazione nel senso che non sarà ‘Saldi’ viene proprio dal documento, per ora ufficialmente secretato, del Memorandum d’intesa italo-cinese.

Lo stesso Il Piccolo, che pare avermi potuto gettare un occhio sopra in anteprima, ne cita alcuni contenuti salienti. Il testo conterrebbe esplicite garanzie sulla cornice giuridica, poiché tutte le attività dovranno essere coerenti e compatibili con la normativa UE.

Di certo oggi Trieste è un nome di città noto anche a Donald Trump, che pare essere in grado di indicarne l’esatta posizione sulla mappa, sovvertendo il noto luogo comune dell’allergia statunitense per le pur minime basilari nozioni di geografia extra-nazionale; si sa che nell’immaginario collettivo a stelle e strisce, l’Europa è un solo paese ecc.”.

Intanto le associazioni degli industriali di Udine, Pordenone e della Venezia Giulia paventano la loro preoccupazione, preparando un dossier sulla Via della Seta da sottoporre all'AdSP, a seguito di un incontro ecumenico promosso dall'Assessorato Regionale alle Attività produttive.

In esso i nodi e le possibili soluzioni sul tema degli investimenti cinesi nel porto di Trieste da sottoporre e discutere quanto prima in un tavolo comune con il presidente D'Agostino.

La summa del documento è lampante: il Friuli Venezia Giulia è nel bel mezzo di una discussione internazionale importantissima, in gioco equilibri geopolitici che la politica della BRI rischia di sovvertire andando a incidere sulle infrastrutture delle telecomunicazioni, col rischio intrinseco della gestione e manipolazione dei dati strategici nazionali, e l’allarme lanciato dagli industriali.

Costoro hanno manifestato preoccupazioni partendo dalla non conoscenza del protocollo che si vuole sottoscrivere  sulla parte ferroviaria, l'area doganale e logistica, affermando di essere certamente interessati al mercato cinese, ma solo in condizioni di assoluta reciprocità, per evitare il rischio di una situazione di tipo predatorio. Nessuna preclusione agli investimenti esteri, ma  che siano fatti muovendosi nell’alveo delle regole di mercato invalse nell'UE.

Insomma, lo spettro di Xi Jinping, che presto calerà in Italia per firmare non meno – si dice - di 50 contratti, fa davvero paura, e non solo alle latitudini della regione settentrionale più ad est d’Italia.

E senza arrivare al suggestivo ma sinceramente eccessivo paradosso paventato da Conftrasporto-Confcommercio, la quale ha suggerito che tra le due vie (quella della Seta cinese e quella dell’Alta Velocità italiana), vi sia più di una connessione, le cautele non paiono mai troppe.

Dal suo canto il vicepresidente Paolo Uggè ha elaborato la teoria dei ‘tappi’ al paese, sostenendo che “mentre l’Italia temporeggia, alla fine sarà la Cina a premere per la TAV. Se si consente a Pechino una sorta di ‘invasione' e non si rafforzano le vie d’uscita dal Paese, non è difficile pensare alle  conseguenze: i prodotti cinesi resteranno nel nostro mercato, sostituendo il Made in Italy!”

Dunque secondo Uggè dare spazio alla Cina è altamente pericoloso.

Per Conftrasporto-Confcommercio, ottenute le vie d’accesso ai mercati europei, la Cina sarà libera di scegliere la strada più conveniente. Le pressioni incrementeranno e se, per la superficialità della gran parte dei politici italiani, Pechino otterrà anche il controllo delle infrastrutture strategiche, in particolare di alcuni porti, per il ‘sistema Italia’ i tempi saranno ancor più bui.

“Occorre l’azione del Presidente Mattarella a porre rimedio agli errori di prospettiva di chi non sa vedere oltre il proprio naso; la Cina non ha alcuna remora a sottoscrivere impegni sull’ambiente, sulle regole sociali e sulla libertà dei commerci, ma si guarda bene dal darne piena attuazione. I cinesi sono abili a copiare e realizzare prodotti che poi ci rivendono, ma non intendono acquistare i nostri” conclude Uggè.

Di tenore diverso il punto espresso dal governatore del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga.

“Nessuna svendita del porto di Trieste, nessuna colonizzazione cinese, ma una ghiotta opportunità per l’Italia, oltre che per il FVG e Trieste. Sono comunque legittimi i timori dei settori politici ed economici. Per questo ogni dettaglio dovrà essere calibrato prima di chiudere l’accordo per evitare il rischio di svendita della sovranità nazionale. Se il progetto di intesa con Pechino dovesse essere bocciato a priori, rischieremmo di essere completamente bypassati a favore di altri Paesi del Nord Europa; tale ipotesi non farebbe il bene dell’Italia”.

 

Angelo Scorza

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