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Direttore Responsabile: Angelo Scorza
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08/11/18 18:11

La GdF scoperchia il vaso di Pandora degli appalti portuali di Augusta

Ordinanze custodiali per 4 professionisti e 2 funzionari dell’Autorità Portuale. Sotto la lente il disastroso PON 2007-13, compreso il quasi decennale progetto dei nuovi piazzali commerciali, al centro anche di contenzioso amministrativo

Con una nota diffusa in mattinata la Guardia di Finanza di Siracusa ha reso noto di aver “eseguito sei ordinanze custodiali, emesse, su richiesta della Procura della Repubblica di Siracusa, dal G.I.P. del Tribunale nei confronti di 4 professionisti e di 2 funzionari dell’Autorità Portuale di Augusta, in ordine al reato di corruzione. Il provvedimento riconosce la ricorrenza di diverse ipotesi di corruzione e di turbativa d’asta nell’ambito delle gare d’appalto bandite dall’Autorità Portuale megarese per la realizzazione di importanti opere infrastrutturali del locale porto commerciale. Gli appalti ‘pilotati’ rientrano in quelli previsti nella ‘Scheda Grandi Progetti - Hub porto di Augusta’. Le opere sono finanziate nell’ambito della programmazione 2007/2013 con fondi PON e ammontano a circa 100 milioni di euro”.

Nel mirino ci sono almeno 11 appalti ‘turbati’: “I bandi e i disciplinari di gara, infatti, non venivano direttamente predisposti dai funzionari dell’Ente pubblico appaltante, bensì venivano realizzati da professionisti titolari di una società di progettazione siracusana. Inoltre in alcune circostanze, taluni commissari di gara, dopo aver svolto l’incarico di componente della commissione aggiudicatrice, ricevevano - anche con lo schermo di terzi soggetti - incarichi di consulenza dalla società che si era aggiudicata l’appalto”.

In sostanza “i tre privati (tre dei titolari dello studio ingegneristico siracusano Tecnass: Nunzio Miceli e i fratelli Giovanni e Pietro Magro, ndr) ‘ideavano’ i bandi e i disciplinari di gara”, mentre i funzionari dell’AP Giovanni Sarcià e Venerando Toscano “si limitavano, di fatto, alla stampa e alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale”. Tale “illecito condizionamento delle procedure era preordinato alla pilotata aggiudicazione dell’appalto a soggetti economici con i quali i titolari dello studio di progettazione avevano già concluso ‘accordi preventivi’ finalizzati a trasferire agli stessi importanti quote di utili, attraverso apposite ‘consulenze’”, che avrebbero fruttato ai professionisti (il quarto, Antonio Sparatore, svolgeva ruolo di commissario di gara), secondo l’ipotesi accusatoria, circa 8 milioni di euro.

Fra gli appalti menzionati dalla GdF c’è anche quello per la “realizzazione di nuovi piazzali attrezzati nel Porto Commerciale”, forse il più problematico del disgraziato lotto del Grande Progetto per il porto di Augusta che ottenne quasi 70 milioni di euro nell’ambito della distribuzione dei fondi europei relativi alla programmazione 2007-2013 (su un costo complessivo di circa 145 milioni). Questo appalto, infatti, è quello che il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti decise a fine 2016 di definanziare quando, di fronte ai rilievi di Bruxelles sui ritardi maturati, fu necessario rinunciare a parte dei fondi per permettere lo slittamento del resto sulla programmazione 14-20.

Il problema è che il primo stralcio di lavori (oltre 23 milioni di euro), bandito nel 2014, era già stato assegnato nel luglio 2016 a mezzo gara al raggruppamento composto da SICS (sostituita in un secondo tempo tramite affitto di ramo d’azienda da European Construction Company), Cosedil e Blu Costruzioni, come ricostruito poche settimane fa dal Tar di Catania. A rivolgersi al Tribunale è stata European Construction Company, chiedendo l’annullamento degli atti con cui l’Authority (intanto accorpata a quella catanese) a inizio 2018 annullò in autotutela la gara.

Un provvedimento, ricostruisce il Tar, legato tanto al suddetto definanziamento (di circa 16 milioni di euro), quanto ad un parere di precontenzioso espresso da Anac che, su istanza di ANCE (l’associazione dei costruttori edili) Sicilia, rilevava già a fine 2015 plurime irregolarità nel bando originale. La scorsa estate però la gara è stata ribandita dall’ente, unendola al secondo stralcio per un appalto complessivo da 47,3 milioni di euro, salvo sospenderla a pochi giorni dall’esito perché, “a seguito di alcuni approfondimenti inerenti i prezzi relativi alle lavorazioni del primo stralcio, espletati in contraddittorio con l’ANCE Sicilia e con l’ausilio del progettista, si è verificato che occorre aggiornare i medesimi”. Da cui la ripubblicazione del bando, salito a 65 milioni.

Il tutto pendente l’ordinanza con cui il Tar, ancora prima della revisione di prezzo, chiese a inizio ottobre all’ente, prima di sentenziare sul summenzionato ricorso, “dettagliate e precise informazioni sulla data in cui l’Autorità Portuale intimata ha acquisito le fonti di finanziamento della medesima opera”, dal momento che in entrambe le versioni del nuovo bando si parla genericamente di “fondi provenienti dall’avanzo di amministrazione dell’Ente e € 15.02.947,68” del cosiddetto Fondo IVA. D’altro canto nella più recente versione disponibile del POT dell’Authority (2018-2020), risalente a circa un anno fa, il primo stralcio risultava finanziato, ma il secondo no (mentre i lavori in base a questo documento avrebbero dovuto iniziare nel primo trimestre 2018).

Insomma, un garbuglio quasi inestricabile rispetto a cui l’intervento della magistratura siracusana non fa che rafforzare l’impressione, per ritardi e impiego di risorse pubbliche, di un sistema degli appalti pubblici gestito dall’Autorità Portuale megarese negli ultimi 10 anni, non solo in spregio di qualsivoglia analisi della reale utilità delle opere progettate, responsabilità quantomeno condivisa a livello ministeriale, ma anche in modo, nella più benevola delle ipotesi, proceduralmente discutibile.

Andrea Moizo

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