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Direttore Responsabile: Angelo Scorza
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15/03/19 16:05

Frenata sull’accordo Genova-Cina

Rixi e Signorini confermano: “Protocollo al vaglio del Governo, la joint venture non è l’unica opzione”. Per la realizzazione della diga il viceministro auspica “costruttori italiani”

Milano – Da 10 giorni al centro dell’attenzione politica e mediatica insieme al protocollo principale sulla Via della Seta che Italia e Cina dovrebbero firmare fra una settimana, l’intesa fra l’Autorità di Sistema Portuale di Genova e il colosso dell’edilizia CCCC potrebbe cambiare pelle rispetto a quanto prospettato nei giorni scorsi.

A confermarlo a margine degli Stati Generali della Logistica del nord ovest è stato il viceministro alle Infrastrutture e Trasporti Edoardo Rixi: “Tutti gli accordi, quello principale e quelli fra singoli enti/aziende e la Cina, sono al vaglio del Governo, non sono state ancora prese decisioni definitive, neppure riguardo a Genova. Quel che è certo è che, come avvenuto per un’altra grande opera quale il nuovo ponte che sostituirà il Morandi, mi piacerebbe che anche per la diga a realizzarla fossero imprese italiane, le eccellenze non mancano”.

L’annunciata (da parte del presidente dell’AdSP Paolo Emilio Signorini) costituzione di una joint venture con CCCC, pensata per “affiancare l’ente nelle fasi di appalto di alcune grandi opere relative al porto di Genova”, potrebbe trasformarsi in qualcosa di diverso, meno impegnativo. A spiegarlo lo stesso Signorini: “Abbiamo sottoposto al Governo diverse possibilità di collaborazione con CCCC, la più strutturata prevedeva la costituzione di una partnership societaria. L’accordo bilaterale è come gli altri al vaglio dell’esecutivo, aspettiamo il responso”.

Al netto della diplomazia, una frenata rispetto agli annunci di una settimana fa. Fra le cause non sembra esserci la possibile incompatibilità col fatto che CCCC faccia parte del consorzio stabile 4C3, fra i 7 gruppi ammessi dalla stazione appaltante, Invitalia, alla prima fase del bando per il servizio di progettazione di fattibilità tecnica ed economica della nuova diga foranea (appalto da oltre 13 milioni di euro). “Anche la joint venture, come le altre ipotesi di collaborazione, prevede il pieno rispetto, garantito dai pareri che abbiamo raccolto, delle normative nazionali e comunitarie. Se i cinesi vincessero la gara, non farebbero il supporto tecnico alla progettazione” ha aggiunto Signorini a proposito di CCCC.

Il cui avvicinamento è probabilmente frutto della consulenza per lo sviluppo delle relazioni internazionali che Signorini affidò direttamente (senza gara perché appena sotto la soglia dei 40mila euro) nell’aprile 2018 all’ex ministro e presidente del porto di Venezia Paolo Costa, che nel conglomerato cinese aveva individuato il soggetto giusto per la realizzazione del terminal offshore (CCCC è ancora in corsa per la versione light).

Il raffreddamento degli entusiasmi sarebbe invece più da imputarsi ai numerosi mal di pancia politici (ma ve ne sono stati anche a livello associativo e commerciale) registrati all’interno e fuori dal Governo, che avrebbero suggerito all’esecutivo una rielaborazione in chiave soft di molte delle prime versioni previste per gli accordi bilaterali. Non dovrebbe essere il caso di Trieste, la cui AdSP dovrebbe firmare con CCCC un protocollo in base a cui la società cinese si dichiarerà interessata al progetto (Trieste Integrated Rail Hub) di potenziamento ferroviario del nodo retroportuale di Trieste.

Un’intesa definita l’anno scorso nell’ambito della EU-China Connectivity Platform, la cornice delineata dall’Unione Europea per i rapporti con la Cina in materia di infrastrutture. Una cornice in base a cui fu stilata dagli stati membri una serie di interventi “al fine di valutare possibili soluzioni di copertura di un eventuale gap finanziario”. Oltre al progetto triestino l’Italia inserì proprio la nuova diga foranea di Genova, rispetto a cui la joint venture con CCCC sarebbe qualcosa di diverso. Sempre che nasca.

 

Andrea Moizo

 

 

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