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Direttore Responsabile: Angelo Scorza
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02/11/18 14:42

Il Governo-gambero gioca al baratto: Si TAP, No TAV?

Tra le due grandi opere in sospeso non c’è solo una consonante di differenza

L’attuale chiacchieratissimo governo giallo-verde, nel suo problematico rapporto con le grandi opere, sembra un po’ come la moltitudine di italiani medi dello scorso secolo alle prese con la schedina del Totocalcio che, se tramutata in un bel ‘Tredici’, avrebbe potuto cambiare loro la vita con una grossa vincita.

Ma che purtroppo, essendo privi di alcuna competenza calcistica, non erano in grado di giudicare il reale valore delle squadre impegnate e dunque risolvevano l’enigmatico confronto con l’azzardare il risultato finale rifugiandosi in un piuttosto vile pronostico ‘non pronostico’: 1X2.

E quando Toninelli & C. – ma l’ineffabile ministro è solo la punta dell’iceberg, il vero responsabile dei disastri è chi lo ha designato ad un incarico che lo surclassa, preparazione e competenza alla mano… - si trovano alle prese con il giudizio da dare alle grandi opere per infrastrutturare adeguatamente l’Italia, pare di vederli giocarsi la famosa ‘partita da tripla’; o forse, peggio ancora, sfogliare la margherita del ‘m’ama-non m’ama’ se non tirare i bussolotti per definire se l’opera si farà o meno.

Il metodo pseudo-scientifico della tanto sbandierata analisi costi-benefici ha già evidenziato il proprio fallimento nei pochi mesi della sua applicazione, prima ancora che fossero passate in rassegna tutte le maggiori iniziative al vaglio. Anche perché si è già visto e detto che è quantomeno difficile individuare il beneficiario diretto di una singola opera senza considerarne l’utilità globale – ed in alcuni casi la stretta necessità assoluta – nel contesto del sistema-paese.

Quando poi il costo secco di un progetto, preso a termine di paragone col suo presunto beneficio (stimato non si sa bene come), è non tanto quello della realizzazione dell’opera in sé ma quello – in alcuni casi superiore e dunque più allarmante – dell’eventuale penale da pagare in caso di sua mancata realizzazione o completamento, ecco che il criterio adottato da M5S e Lega perde d’acchito ogni pretesa di scientificità per andare a lasciare molto il tempo che trova…

Non è un caso che nelle ultime settimane l’esecutivo-gambero che sta caratterizzando questa sciagurata fase politica italiana abbia fatto qualche ulteriore marcia indietro rispetto alle precedenti dichiarazioni. Purtroppo ci stiamo abituando – e l’abitudine è l’anticamera della tolleranza, cosa pericolosissima – a roboanti (e demagogiche) dichiarazioni iniziali su quello che sarà e si farà, salvo poi incassare avvilenti ritirate strategiche sugli stessi sentieri di guerra dove prima si era dissotterrata l’ascia.

La prova provata la forniscono le decisioni dell’ultima ora (posto che ne esista una tale) su TAP e TAV, circa i cui destini a fare la differenza è ben più di una consonante.

Entrambe inizialmente bocciate dalla premiata ditta Di Maio-Salvini, ora la prima infrastruttura sembrerebbe (mai come per questo governo usare il condizionale è d’obbligo) ripescata, salvo ulteriori e non improbabili cambi di direzione ed inversioni ad U.

Ma ciò in realtà non tanto perché si è avuta la lungimiranza di capire quanto sia strategico per il Paese, anche per pagare di meno l'energia, avere una seconda grande fonte di approvvigionamento di gas alternativo dalla Russia che, malgrado tutte le simpatie che Salvini sta riversando per fare piacere il Cremlino agli italiani, resta sempre un fornitore scomodo e dunque imprevedibile nei suoi comportamenti e nel rispetto dei contratti; quanto perché facendo due conti, la spesa per affrancarsi legalmente da un’iniziativa transnazionale (il gasdotto va dal Mar Caspio al Salento) che prevede un impegno contrattuale probabilmente non reversibile da parte dell’Italia salirebbe alle stelle, sfondando qualunque tetto di benefici.

E il fatto che questa presa di coscienza degli organi di governance nazionale abbia determinato lo scorno del proprio elettorato pugliese, anche in questo caso lascia il tempo che trova.

Come volevasi dimostrare, anche onorare il contratto di governo in ogni sua piega non è più un dogma ferreo ma piuttosto un optional, a seconda dei casi…

Nulla di strano per un governo che prova a sostenere la ridicola teoria che le piccole opere diffuse sul territorio siano molto meglio di una sola grande opera perché migliorano la qualità della vita delle merci e delle imprese; ma perché le merci hanno una qualità della vita? Gli unici parametri esterni (oltre alla qualità intrinseca, fatto che spetta alla loro produzione) cui rispondono sono i costi e i tempi di consegna.

Secondo i politologi, le grandi opere nazionali per chi sta a Roma sono ormai diventate meramente una merce di scambio, oggetto di baratto, territorio di compromesso politico - con la Lega, ‘fidanzato’ di Governo che però la pensa in maniera diametralmente opposta su questa tematica - e non una serena valutazione della reale utilità/necessità di loro implementazione per far tornare a marciare il sistema logistico del Paese e dunque per poter dare sfogo effettivo alle ragioni commerciali delle imprese manifatturiere sia in import che in export.

E se questa politica ‘del gambero’ – “ieri te la boccio, oggi te l’approvo” – da un lato solleva più di una perplessità anche all’interno del movimento che all’ultima tornata elettorale ha raggiunto il maggior numero di consensi, creando le prime correnti centrifughe tra i ‘grillini’, dall’altro per converso crea un movimento consensuale attorno a quelli che, prescindendo dalle loro connotazioni cromatiche politiche, con le grandi opere hanno a che farci regolarmente quali utenti dei servizi dei trasporti.

Così, rispolverando l’alleanza siglata nel passato recente (era il 2015) tra le Regioni Liguria, Lombardia, Piemonte per costituire una comune 'cabina di regia' in materia di infrastrutture e logistica (con proiezione ulteriore a turismo ed economia) ragionando da macro-regione del Nord-Ovest, anche gli industriali si sono mossi con un “appello congiunto alla responsabilità sul futuro del nostro Paese” lanciato da Assolombarda, Unione Industriale di Torino e Confindustria Genova, in rappresentanza di 545mila imprese.

“Se da una parte comprendiamo le esigenze di rispettare le promesse elettorali, d’altra parte c’è il diritto di tutti i cittadini italiani di vivere in un Paese che non venga penalizzato dal punto di vista sociale ed economico. Rimettere in discussione TAV e Terzo Valico è un colpo mortale alle possibilità di sviluppo del Nord-Ovest, delle sue imprese, dei suoi occupati, della possibilità di realizzare una migliore coesione sociale. Queste due opere infrastrutturali sono fondamentali e interconnesse. La prima supporta, sulla direttrice est-ovest, il surplus commerciale italiano di circa 10 miliardi di euro sui 70 complessivi di interscambio con la Francia, per il 90% realizzato oggi via gomma, e consente anche la connessione alla Via della Seta, il grande asse che collegherà Oriente e Occidente del mondo. La seconda, sull’asse verso il Centro Europa, abbatte il vantaggio finora conseguito dai porti nordeuropei sul primo porto commerciale container d’Italia. Alla politica locale e nazionale chiediamo di smettere veti ideologici, buoni forse in campagna elettorale, ma da cui deriva solo un aggravarsi del ritardo e dei costi logistici che frenano le imprese del Nord-Ovest. Dateci la possibilità di far crescere il Paese, dateci la possibilità di tornare a far grande l’Italia” è l’accorato appello firmato da Carlo Bonomi, Presidente di Assolombarda, Dario Gallina, Presidente dell’Unione Industriale di Torino, e Giovanni Mondini, Presidente di Confindustria Genova.

Lo stesso numero uno nazionale degli industriali nel suo fresco intervento partecipando all’assemblea di Confitarma, aveva rimarcato questa stringente necessità invocata dalla manifattura:

“Viviamo in un Paese che è un grande porto naturale, avvantaggiato dalla sua posizione centrale tra Europa e Mediterraneo, aperto a est e a ovest, ma che per progredire ha bisogno di infrastrutture, di aprire cantieri e non di chiuderli, di realizzare una grande politica per la crescita” ha affermato Vicenzo Boccia, Presidente di Confindustria, direttamente alle orecchie del ministro Toninelli, pure lui intervenuto a rispondere positivamente all’invito degli armatori italiani.

D’altronde, allineata a quella degli industriali del tridente Ge-Mi-To è la posizione delle Camere di Commercio, delle associazioni degli artigiani e dei commercianti, dei sindacati confederali e autonomi, tutti preoccupati per possibili crisi economiche e arresti di sviluppo con il blocco delle comunicazioni e dei collegamenti stradali e ferroviari; e lo sono anche i 32.000 firmatari della petizione lanciata dall’ex sottosegretario ai trasporti del governo Berlusconi, Mino Giachino, per salvare le due maxi progettazioni.

“Storicamente il nostro Paese è cresciuto di più dopo la realizzazione delle Grandi Opere; senza autostrade e trafori autostradali alpini non avremmo avuto il boom economico.

Dal governo Monti in poi, invece di tagliare le spese si sono tagliati gli investimenti, che però non sono tutti uguali; sono sicuramente importanti quelli di manutenzione alle infrastrutture ma sono straordinariamente importanti quelli che generano una maggiore crescita economica nei porti e nei collegamenti dei porti alla rete europea su rotaia per attrarre maggiori traffici, il che si traduce in maggiori entrate fiscali e maggiore sviluppo alla logistica in tutte le sue componenti.

Senza la TAV e il Terzo Valico il Paese proseguirebbe il declino in cui è entrato da 10 anni. Per essere collegati al mercato mondiale occorre avere una rete di trasporti collegata meglio con l’Europa e con il mondo. La TAV oggi è molto più importante di 30 anni fa perché metterebbe Torino e il Nord Italia dentro una rete che parte dal Sud della Spagna e va sino in Cina.

La crescita della economia globale e dei redditi delle popolazioni sta generando anche un aumento della domanda turistica mondiale: chi avrà le migliori reti di trasporto autostradali e ferroviarie, chi avrà i migliori porti e aeroporti godrà dei flussi turistici e logistici più degli altri”.

Sibillina la reazione del Governo al grande dibattito innescato dalle proprie dichiarazioni contradditorie. Dall’estero dove era impegnato, il premier Giuseppe Conte ha detto che: “Sulla TAV l’analisi dei costi-benefici è in dirittura di arrivo; è lo stesso metodo usato per il TAP, ma ciò non significa necessariamente che la decisione sia la stessa, anche se non posso anticipare una decisione che non abbiamo ancora preso”.

Questa dichiarazione avveniva dopo che il Consiglio comunale di Torino aveva votato un ordine del giorno in cui esprimeva contrarietà alla Torino-Lione e a poche ore da quella del ministro dei trasporti Toninelli, che appare assai più perentorio del primo ministro: “Ci metteremo d’accordo con la Francia per non fare la TAV; mi risulta che Macron l’abbia esclusa dalle priorità infrastrutturali proprio dopo aver valutato costi e benefici e che non abbia stanziato risorse per finanziare il percorso della galleria a Lione”.

Caustico, come spesso gli accade, il vicepresidente di Confcommercio e di Conftrasporto Paolo Uggè, che invita cittadini e forze sociali a rispondere con decisione “A chi ritiene di portare avanti una politica che metterà definitivamente fuori dal contesto economico europeo l’Italia. Siamo preoccupati, l’intento del ministro è improvvido, danneggia l’Italia e la stessa Europa. Come pensa Toninelli che l’economia europea possa diventare competitiva e confrontarsi con le economie di altri Paesi? Senza TAV, che è un corridoio multimodale, non solo si penalizzano gli spostamenti da ovest a est ma anche le merci italiane che provengono dal Mezzogiorno. Lo stesso porto di Genova senza  un collegamento con il Corridoio 5 perde in funzionalità. Conftrasporto non contesta il diritto di governare il Paese alle forze politiche che lo hanno ottenuto, attraverso il consenso ma evidenzia come le scelte del governo producano solo penalizzazioni per l’intero ciclo produttivo nazionale” puntualizza Uggè, che rincara la dose. “Il ministro sicuramente sa che per realizzare interventi infrastrutturali occorre la certezza dei tempi, oltre che dei finanziamenti. Le dichiarazioni rilasciate sollevano forti dubbi sulle reali intenzioni del ministero competente, che sembrano mosse da una sola volontà: bloccare l’infrastrutturazione. Anche le affermazioni dilettantesche sulla Gronda e sulla necessità di realizzarla suonano allo stesso modo. Conftrasporto non può che invitare il ministro a riflettere su questa impostazione e i cittadini a farsi sentire”.

E mentre si discute animatamente ‘No TAV–Si TAV’, Autostrade per l’Italia Spa rigetta le ultime prese di posizione ministeriali in merito all’altra grande opera che ancora è a prendere polvere nei cassetti: la Gronda, ovvero la tangenziale di Genova.

“Riguardo alle affermazioni del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti relative allo stato del progetto - Circa la Gronda non esiste niente. Il progetto è fermo - chiariamo che il progetto definitivo ha già ottenuto da tempo non solo le autorizzazioni urbanistiche e ambientali, ma anche la pubblica utilità preordinata agli espropri. Il progetto Gronda è stato avviato agli inizi degli anni 2000 ed è passato attraverso anni di studi e analisi, anche di costi-benefici. Nel 2009 è stato oggetto del primo dibattito pubblico mai tenutosi in Italia, durato oltre 6 mesi e conclusosi con il favore del territorio, che ne attende ora la realizzazione. Ad oggi Autostrade per l’Italia resta in attesa solo del via libera da parte del MIT - ritenuto dovuto ed imminente - del progetto esecutivo per avviare i lavori di realizzazione” è la secca affermazione della società che fa capo al gruppo Atlantia-Benetton.

 

Angelo Scorza

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