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Direttore Responsabile: Angelo Scorza
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17/04/20 09:20

Gozzi sfoglia la margherita dell’economia: “Ripartiamo o non ripartiamo?”

L’imprenditore di Duferco esprime riflessioni amare sulle scelte di Palazzo Chigi: “Il lockdown prolungato a maggio? Frutto di una cultura anti-industriale e anti-impresa che fa male all’Italia”

di Angelo Scorza

 

In un paio di editoriali consecutivi affrontati sulla rivista territoriale Piazza Levante di cui è editore Antonio Gozzi, numero uno di Duferco, gigante dell’acciaio nella produzione e nel trading e con business più recentemente diversificato nelle energie rinnovabili, ha affrontato l’argomento del giorno: quando si dovrà far ripartire l’economia?

“L’Italia si sta dividendo su questo argomento: ripartenza o non ripartenza? In particolare il DPCM che ha rinviato quasi tutto al 3 di maggio ha gettato nella rabbia e nello sconforto milioni di cittadini italiani titolari o lavoratori di imprese di ogni dimensione che vedono in questo lockdown prolungato (unico in Europa) una serissima minaccia alla sopravvivenza delle proprie attività.

Ribadiamo con forza che la chiusura delle imprese per troppo tempo è pericolosissima e la desertificazione economica e industriale, conseguenza delle misure adottate, è un rischio mortale per il nostro Paese”.

Il presidente della holding internazionale, con sede italiana a Brescia ed estera a Lugano, si arrovella sul fatto che ‘qualcuno’ a Roma non riesca a capire che le imprese sono organismi delicati basati su equilibri spesso fragili e in continua lotta per la sopravvivenza.

“Le decisioni politiche sono frutto di una visione e un’ideologia; quella di proseguire il lockdown fino a maggio è influenzata da una cultura anti-industriale che fa male all’Italia, avvelenata da un rifiuto intellettuale delle imprese e della loro legittimazione sociale come principali agenti del progresso e dello sviluppo che porta a non avere visione equilibrata delle cose e ad assumere atteggiamenti e posizioni paradossali. Costoro vogliono dimostrare che non sono le imprese a comandare trasmettendo una voglia di rivincita che lambisce i sindacati e che spinge a rappresentare il capitalismo delle imprese come il ‘male assoluto’, a trasfigurare gli industriali come vampiri volti esclusivamente a far profitto succhiando il sangue degli operai, una posizione quasi veteromarxista.

Probabilmente all’interno della coalizione che governa non tutti hanno tale impostazione negativa, spesso nascosta dietro il parere del Comitato Tecnico-Scientifico, ma spesso prevale una visione lontana dalle reali esigenze delle imprese, insofferente alle loro richieste, che comincia a creare seri problemi istituzionali e di coordinamento.

Le Regioni ormai procedono in ordine sparso: Veneto e Liguria mal sopportano il blocco totale voluto da Conte e allentano la morsa della fermata. La Lombardia va in senso opposto al Governo e spesso prende decisioni autonomamente.

Il ritardo imputabile a questa visione assistenziale - teniamo la gente a casa e diamogli un reddito universale di sopravvivenza; non si sa come pagato e da chi? - è stato finora di non immaginare una strategia e un piano per la ripresa dimenticandosi che, col passare del tempo, i costi sociali di una popolazione che non lavora saranno più minacciosi del rischio di contagio.

Basterebbe non essere accecati da un’ideologia estremista per comprendere che, in una situazione nella quale occorre imparare a convivere per lungo tempo con il Covid-19, le imprese industriali sono un presidio sanitario formidabile; nelle fabbriche si rispettano le regole, c’è tutela e considerazione delle persone, è falso che l’unico imperativo è il profitto. La maggioranza delle industrie hanno come priorità la sicurezza sul posto di lavoro perché sanno che l’asset più importante è il capitale umano.

La sicurezza dei trasporti per i lavoratori? Le imprese sono pronte a risolverlo a loro spese.

Nessun paese europeo, nonostante il dilagare dell’epidemia, ha fermato i sistemi industriali in maniera generalizzata come in Italia, come rivela l’analisi, paese per paese, dei consumi elettrici, perfetti indicatori dell’attività industriale.

Se la situazione dovesse proseguire con le fabbriche straniere aperte e quelle italiane chiuse, potrebbero saltare completamente le catene della subfornitura, soprattutto nel comparto meccanico, della meccatronica, della siderurgia; l’industria di grandi paesi acquirenti come la Germania potrebbe rivolgersi a sub-fornitori di altri paesi, verosimilmente dell’Est Europa, con drammatico e strutturale cambiamento nelle reti degli approvvigionamenti e nelle relazioni tra filiere produttive.

Le eccellenze dell’industria italiana rischierebbero di perdere drammaticamente quote di mercato a favore di altri competitori europei con effetti immaginabili sulla nostra bilancia commerciale.

Altra grande differenza tra Italia e resto d’Europa riguarda la dimensione e la tempestività dell’adozione di misure per dare liquidità alle imprese. Francia, Germania e Svizzera hanno subito adottato una misura generalizzata che consente prestiti-ponte di 1 anno pari a una certa cifra del fatturato con garanzia dello Stato al 100%, tasso di interesse pari a zero e costo della garanzia 0,5%.

La convivenza col coronavirus sarà lunga e difficile e prevede una capacità, che altri Paesi hanno dimostrato migliore della nostra (fatta eccezione per la Regione Veneto), di operare nella Fase 2, quella che ci porterà alla scoperta di un vaccino; una delle maggiori difficoltà sarà trovare i contesti organizzativi idonei e strutturati per gestire queste attività nei confronti di vasti campioni di popolazione. Cosa di meglio delle imprese come luoghi idonei a queste rilevazioni e dei lavoratori (rigorosamente su base volontaria) come campioni significativi? Il costo dei test potrebbe essere sostenuto dalle imprese scaricando così le esauste casse dello Stato.

Dunque, come anche qualche isolato ma accorto sindacalista già sostiene, sarà il lavoro a sconfiggere il coronavirus. Saranno le imprese, di cui il lavoro costituisce componente fondamentale, a farci vincere usando tutte le risorse a disposizione. Dunque esiste anche un ‘capitalismo gentile’ e positivo, noi lavoriamo tutti i giorni per questo” conclude Gozzi.

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