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Direttore Responsabile: Angelo Scorza
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11/10/18 09:30

Conftrasporto impone il cambio di passo al Paese

Dal forum di Cernobbio, accanto alle analisi e critiche, emergono tante proposte e richieste alla politica dei trasporti per tutte le modalità

Cernobbio (Como) – Quel che resta della intensa 2-giorni del Forum Internazionale dei Trasporti organizzato da Conftrasporto sotto l’egida di Confcommercio sono tante considerazioni e proposte che vengono inviate, sotto forma di richieste, all’attuale, deficitaria, politica dei trasporti, che sta governando il Paese sotto questo profilo in maniera ritenuta non soddisfacente.

La ‘casa comune’ delle imprese del terziario di mercato, preso atto del momento di grande difficoltà dell’economia tricolore – stretta fra difetti strutturali (eccesso di pressione fiscale e burocrazia, carenze logistiche e deficit di legalità) - e una manovra di bilancio che lascia alquanto perplessi, fa la conta dei danni subiti: le carenze infrastrutturali fanno perdere circa 34 miliardi di euro all’anno, 2 punti di PIL, gli autotrasportatori subiscono la concorrenza sleale di operatori esteri, le merci viaggiano più lente e costose.

“Dunque, il nostro Paese, che non è riuscito a far funzionare l’intermodalità, è ancora ‘disconnesso’, come dimostra il fatto di non riuscire a far rispettare il principio ‘chi meno inquina meno paga’, che dovrebbe premiare con minori tasse chi usa veicoli puliti” annota amaramente il Presidente di Confcommercio Carlo Sangalli, cui porta magra consolazione la constatazione che il traffico merci delle autostrade del mare nei porti italiani sia cresciuto del 43% negli ultimi 12 anni.

“In tale difficoltoso scenario anche grandi opportunità di crescita come la ‘Nuova via della Seta’ rischiano di trasformarsi in occasioni mancate, rendendo le imprese meno competitive rispetto ad una sempre più agguerrita concorrenza estera. Servono più investimenti, bisogna rimettere in moto i cantieri, eppure le risorse stanziate non mancano perché nell’ultimo Documento di economia e finanza c’è per le infrastrutture un quadro di programmazione di risorse da 110 miliardi di euro, prezioso per un Paese che nell’ultimo decennio ha accumulato un deficit infrastrutturale di 60 miliardi di euro” spiega l’ex politico DC.

“Ma i soldi non bastano; vanno semplificate le procedure previste dal Codice degli appalti, visto che in Italia servono in media 15 anni per realizzare un’infrastruttura strategica di trasporto, e vanno realizzate senza tentennamenti le opere realmente necessarie, portando attenzione nel confronto europeo lo scorporo degli investimenti infrastrutturali dal computo del deficit” spiega Sangalli che sintetizza in uno slogan: “bisogna confermare la volontà di connettere l’Italia e promuovere la mobilità sostenibile, a cominciare da Genova e dalla Liguria, da dove ripartire per evitare di perdere un intero comparto di fondamentale importanza per l’economia e le prospettive di crescita”.

Per quanto riguarda l’Italia, tutto si può dire sulla logistica e i trasporti, salvo che vi sia presso i decisori pubblici una visione chiara del loro ruolo oppure della loro evoluzione, necessaria, desiderabile e coerente rispetto a qualche condiviso obiettivo prospettico, è l’affondo pesante della confederazione riunita sulle placide acque del Lario.

Se l’Europa è il nostro (incerto) destino, se l’export è uno dei nostri punti di forza, se l’Italia vuole giocare un ruolo come terminale di pregio della ‘Nuova via della seta’, allora uno scrutinio attento di costi e benefici delle politiche di tassazione nell’arco alpino si impone con urgenza, afferma Conftrasporto. La diversione modale dalla gomma al ferro è un obiettivo che va riportato nella realtà del calcolo economico e non può restare un costoso sogno.

Dunque, l’intervento sulla leva fiscale, regole e interventi infrastrutturali per favorire il trasporto via mare o rotaia, in aree sensibili come i valichi alpini, sono individuati come i due pilastri della politica per la sostenibilità, facce di una stessa medaglia: quella della riflessione sulla possibile e utile migrazione dai pregiudizi e le fantasticherie a un approccio razionale e ragionevole.

Una tassazione eccessiva e disordinata è tra i motivi determinanti la perdita di quota di traffico merci per gli operatori italiani - tra 2006 e 2016 il traffico merci su gomma delle imprese dell’Est da e verso l’Italia è salito del 190%, il costo del lavoro è 3 volte inferiore e la pressione fiscale è la metà – con in più la beffa che sulle nostre strade circolano mezzi provenienti dall’estero, spesso molto inquinanti e con accise inferiori.

A latere occorre l’adeguamento della rete ferroviaria italiana agli standard europei e il completamento dei lavori alle gallerie di base delle Ceneri e del Brennero per consentire il passaggio delle merci da gomma a rotaia.

Solo sul mare il cambio intermodale ha imboccato la rotta giusta, coi traffici dei mezzi rotabili (camion, rimorchi e semirimorchi) imbarcati sulle navi in aumento del +255% dal 2005 al 2017, mentre lungo i valichi alpini lo switch modale non è ancora decollato.

Secondo uno studio Isfort per Conftrasporto 1 ora di ritardo per l’attraversamento del Brennero costa all’economia italiana 370 milioni di euro all’anno (di cui quasi la metà a carico dell’autotrasporto).

Nell’arco alpino, dove transita la metà delle esportazioni dell’Italia e il 70% dei flussi in import ed export dell’Italia con l’Ue, la quota delle merci che attraversano i valichi di Austria, Svizzera e Francia su rotaia è scesa dal 55% del 1980 al 40%; dal 2000 al 2016 il traffico ferroviario sui valichi alpini è aumentato del 15%, meno di quello stradale, cresciuto del 25%.

“Il trasporto su gomma ha sempre più un vantaggio competitivo rispetto a quello su ferro, cresciuto con l’ingresso dei giganti web della logistica. È cambiata la filiera di produzione e distribuzione delle merci, che richiede sempre maggiore flessibilità e capillarità nel raggiungimento della destinazione. In uno scenario di evoluzione 4.0 dell’impresa, continuare ad utilizzare i vecchi strumenti per la mobilità sostenibile è inefficace e produce danni, come dimostrano i dati raccolti sulla ‘involuzione’ dei traffici ai valichi alpini.

Se queste misure rimanessero invariate, rischieremmo di dover abbandonare non solo l’ambizione di divenire un ‘Paese logistico’, in cui l’industria logistica contribuisce alla crescita del PIL, ma anche di poter essere integrato nei traffici internazionali, costretti a deviare lungo assi più agili e convenienti dei nostri” paventa ancora l’analisi di Conftrasporto.

“Una prospettiva di isolamento indotta dal miope ripetersi di limitazioni indifferenziate del trasporto stradale come quella che si genererebbe attraverso il blocco di progetti infrastrutturali a lungo attesi da imprese e cittadini (Terzo Valico, Gronda di Genova, Torino-Lione, Pedemontana lombarda, collegamento ferroviario alta velocità Brescia-Padova) che l’Italia non può permettersi e che Conftrasporto-Confcommercio intende scongiurare con tutte le energie. Urge promuovere una nuova strategia intermodale e soluzioni di trasporto più efficaci e realmente sostenibili”.

Le priorità d’intervento sono minuziosamente indicate: la promozione dell’accessibilità dei territori come leva per competere, a cominciare dalla garanzia della permeabilità della barriera alpina, attraverso una politica coordinata nazionale per i trasporti e la logistica, centrata sulla co-modalità e sulla sostenibilità ambientale, economica e sociale; la riduzione del peso delle accise, la conferma delle risorse a supporto della competitività delle imprese nell'ottica della sostenibilità ambientale e della sicurezza stradale, lo sblocco del sistema delle revisioni dei veicoli e delle autorizzazioni ai trasporti eccezionali, il contrasto all'abusivismo e al dumping sociale; una strategia uniforme d'intervento sui porti e sulla ‘Nuova Via della Seta’ che tuteli gli interessi nazionali, misure per favorire l’occupazione di lavoratori marittimi italiani e europei, una diversa visione del regime delle concessioni portuali centrata su trasparenza ed omogeneità delle condizioni; il completamento del processo di apertura alla concorrenza nel trasporto ferroviario, l’adeguamento agli standard tecnici europei della rete, la concreta adozione del macchinista solo; un quadro autorizzativo e concessorio omogeneo a livello nazionale ispirato a criteri di semplicità e semplificazione e una fiscalità favorevole allo sviluppo della filiera del Gas Naturale Liquido.

Ma anche l’incedere dei traffici ro-ro non deve lasciare dormire sonni tranquilli perché nel settore marittimo e portuale vi sono altre sacche di stagnazione.

“L'Italia, penalizzata da un sistema frammentato e una burocrazia pesante che frenano la crescita dei porti, molti dei quali hanno piani regolatori vecchi di 60 anni, rischia l'emarginazione dal traffico mondiale delle merci nonostante la ricca dotazione di scali; negli ultimi 20 anni i container movimentati in Mediterraneo sono aumentati del 500%, ma nei porti italiani solo del 50%” paventa Pasquale Russo, segretario generale di Conftrasporto. “L'analisi del DEF 2018 mostra che solo l'1,8% delle risorse viene destinato ai porti fino al 2032; valori insufficienti per la necessità di attrezzarli a ricevere i giganti del mare che la cantieristica mondiale sta per sfornare; sono necessari escavi per 85 milioni di metri cubi di materiale e altre ingenti spese per l'adeguamento in banchina”.

Conftrasporto crede anche nel bisogno di riorganizzare la governance delle Autorità di sistema portuale e nella necessità di rivoluzionare la regolamentazione delle concessioni portuali, lanciando una proposta articolata in 13 punti, riepilogate nel cosidetto ‘tagliando’ alla riforma portuale.

 

Angelo Scorza

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